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Rajan: “Perdiamo tutti se torna il protezionismo”

Raghuram Rajan 
L’economista ed ex banchiere centrale dell’India: "Ora la Cina ha toni più concilianti. Dobbiamo curare la nostra dipendenza senza avvelenare i rapporti"
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DAVOS - Raghuram Rajan è uno dei più brillanti economisti del mondo. Ex capo economista del Fondo monetario internazionale ed ex governatore della Banca centrale indiana, il professore dell’Università di Chicago fu tra i primi a prevedere la crisi finanziaria del 2008. A Davos parlerà di prospettive economiche globali. Con Repubblica anticipa qualche riflessione.

Professore, è un mondo di “policrisi” come sostiene il Forum economico mondiale?
«Pensiamo sempre di essere speciali, e adesso pensiamo di vivere le “policrisi”. Certo, la pandemia è stata unica. E la guerra in Ucraina è unica. Ma basta a…

DAVOS - Raghuram Rajan è uno dei più brillanti economisti del mondo. Ex capo economista del Fondo monetario internazionale ed ex governatore della Banca centrale indiana, il professore dell’Università di Chicago fu tra i primi a prevedere la crisi finanziaria del 2008. A Davos parlerà di prospettive economiche globali. Con Repubblica anticipa qualche riflessione.

Professore, è un mondo di “policrisi” come sostiene il Forum economico mondiale?
«Pensiamo sempre di essere speciali, e adesso pensiamo di vivere le “policrisi”. Certo, la pandemia è stata unica. E la guerra in Ucraina è unica. Ma basta andare indietro a 35 anni fa e pensare a quanto è stata enorme anche la fine dell’Unione sovietica per capire che c’è una certa hybris a pensare che il nostro mondo sia speciale ogni volta che c’è una crisi. Certo, veniamo da un periodo di relativa quiete. Ma in questo momento di non infondato pessimismo dobbiamo cercare anche di guardare agli sprazzi di luce».

E quali sarebbero?
«Pensiamo ai segnali che arrivano in queste settimane dalla Cina: i toni sono diventati molto più concilianti. Siamo impegnati in una competizione globale e geostrategica con Pechino, ma credo che la Cina si stia rendendo conto che la postura degli ultimi anni creava difficoltà anzitutto a loro. Almeno nel breve termine si sono resi conto che è meglio adottare un atteggiamento meno aggressivo, allontanare i “guerrieri” ed essere più aperti».

Il vicepremier cinese Liu He incontrerà domani la segretaria al Tesoro Yellen qui in Svizzera. La Cina ha capito di non poter avere troppi nemici nello stesso tempo?
«Difficile interpretare il pensiero di Xi Jinping. Da quello che vediamo Pechino sembra consapevole di non poter affrontare contemporaneamente la crisi del Covid, la stretta imposta alle Big Tech come Alibaba e la crisi immobiliare. Ricordiamo la fase iniziale del Covid. La Cina sembrava efficiente, sembrava avere il virus sotto controllo. Poi sono emersi colossali problemi, e di recente Pechino è stata costretta a una drastica inversione a “U” dopo che la politica “zero Covid” è stata contestata anche da fette di popolazione. Penso che ci sia una riflessione in atto su quanto tutto ciò abbia determinato un rallentamento dell’economia. Un governo non eletto ha bisogno di legittimazione, che non viene da singole azioni ma da una buona policy. La pressione sui vertici cinesi è aumentata».

In Europa la lezione della pandemia sta conducendo a un ripensamento dei rapporti con la Cina: è giusto puntare a una maggiore diversificazione e autonomia rispetto a Pechino?
«La lezione dovrebbe essere in generale che la dipendenza eccessiva da qualsiasi Paese è sbagliata. Ma il problema è farlo mantenendo comunque un equilibrio che non avveleni le relazioni. Abbiamo bisogno di cooperazioni in certi ambiti come gli investimenti ‘verdi’. O sui microchip è irragionevole che ogni Paese si faccia le sue fabbriche. Pensiamo all’Inflation reduction act americano. Bisognerebbe concentrarsi sulle questioni strategiche, non dare solamente l’impressione di voler contenere la Cina, anche rischiando di farsi male da soli, di imbrigliare la crescita».

Gli incentivi americani hanno provocato enormi irritazioni in Europa. Come bisogna rispondere?
«Gli Usa dovrebbero essere preoccupati per l’irritazione europea: il rapporto è fondamentale per gli equilibri globali. Bisogna stare attenti a non confondere le scelte strategiche come scusa per il protezionismo. Attenzione anche alla definizione di ‘strategico’: si comincia con i microchip, poi l’acciaio, e prima di accorgersene si includono anche i beni alimentari. In questo modo non ti inimichi solo gli avversari strategici ma anche gli alleati. E attenzione ai protezionismo, ai sussidi che escludono gli stranieri. La storia insegna: non è mai una buona idea».

Le Banche centrali sono strette tra un’inflazione alta e il rischio che i loro rialzi dei tassi soffochino l’economia. Da ex banchiere centrale cosa ne pensa?
«La situazione in Europa è un po’ diversa rispetto agli Stati Uniti perché la sua inflazione è più condizionata da un problema dell’offerta mentre negli Usa è l’opposto. Ma bisogna guardare anche ad altri fattori: la disoccupazione è ai minimi in Europa e l’inflazione ‘core’, quella depurata dall’energia, è ancora troppo alta. L’Europa forse si è accorta troppo tardi che l’aumento dei prezzi sarebbe stato persistente e ora sta cercando di recuperare il terreno perduto. E avrà un compito più difficile nella stretta in un momento in cui l’economia peggiora. Ma siamo ancora distanti dalla fine dei rialzi».