Boom della spesa per assistenza in Italia: corre tre volte quella per le pensioni
di Valentina Conte , di Valentina ConteROMA - L’Italia ha speso, nel 2021, ben 518 miliardi per pensioni, assistenza e sanità: oltre la metà di tutta la nostra spesa pubblica. Ma a gravare sui conti dello Stato è soprattutto la spesa assistenziale, raddoppiata - dal 2008 al 2021 - a 144 miliardi, con un tasso di crescita del 6%, tre volte superiore alla spesa per pensioni. “Una Repubblica fondata sull’assistenza”, la definisce il X Rapporto sul Sistema previdenziale italiano pubblicato da Itinerari Previdenziali. “Il vero tallone d’Achille di un welfare sempre più generoso e vulnerabile”.
Come vanno le pensioni
La spesa per le pensioni si mantiene quasi stabile nel 2021. Aumenta di “soli” 3,54 miliardi rispetto al 2020, per un totale di 238 miliardi: +1,5%, vale a dire 0,4 punti percentuali meno dell’inflazione.
Sale il numero dei pensionati, di 57.547 unità: da 16,041 milioni del 2020 a 16,099 milioni nel 2021. Le pensioni so…
ROMA - L’Italia ha speso, nel 2021, ben 518 miliardi per pensioni, assistenza e sanità: oltre la metà di tutta la nostra spesa pubblica. Ma a gravare sui conti dello Stato è soprattutto la spesa assistenziale, raddoppiata - dal 2008 al 2021 - a 144 miliardi, con un tasso di crescita del 6%, tre volte superiore alla spesa per pensioni. “Una Repubblica fondata sull’assistenza”, la definisce il X Rapporto sul Sistema previdenziale italiano pubblicato da Itinerari Previdenziali. “Il vero tallone d’Achille di un welfare sempre più generoso e vulnerabile”.
Come vanno le pensioni
La spesa per le pensioni si mantiene quasi stabile nel 2021. Aumenta di “soli” 3,54 miliardi rispetto al 2020, per un totale di 238 miliardi: +1,5%, vale a dire 0,4 punti percentuali meno dell’inflazione.
Sale il numero dei pensionati, di 57.547 unità: da 16,041 milioni del 2020 a 16,099 milioni nel 2021. Le pensioni sono in totale 22,8 milioni: questo significa che ogni pensionato riceve in media 1,41 prestazioni, il livello più basso dal 2007.
Il 52% dei pensionati è donna. Esistono 353.779 pensionati che incassano la pensione da più di quarant’anni (erano 423 mila nel 2020).
Ma il sistema “è sostenibile e lo sarà anche tra 10-15 anni, nel 2035-40 quando le ultime numerose frange dei baby boomer, nati dal dopoguerra al 1980, saranno pensionate”, dice il presidente di Itinerari, Alberto Brambilla.
È sostenibile perché l’occupazione si è ripresa nel 2021 (oltre 550 mila occupati “recuperati”). E il rapporto tra attivi e pensionati è 1,42 non troppo lontano dal record di 1,436 toccato nel 2019. Anche se per stare tranquilli dovrebbe essere 1,5.
La minaccia alla sostenibilità arriva dalle troppe deroghe alla riforma Fornero, dice Brambilla. Tra Quote e scivoli, l’età media effettiva di pensionamento in Italia è 63 anni contro i 65 anni della media Ue.
La mina dell’assistenza
Quasi la metà dei pensionati italiani, dice il Rapporto di Itinerari Previdenziali, sono parzialmente o totalmente assistiti dallo Stato: 7 milioni su 16 milioni. Tra questi quelli che percepiscono prestazioni totalmente assistite, non sostenute da contributi versati, sono 3,7 milioni per un costo annuo di 21,7 miliardi nel 2021 e un importo medio annuo di 5.291 euro.
Parliamo di pensioni di invalidità civile, accompagnamento, assegni sociali, pensioni di guerra. Mentre le prestazioni parzialmente assistite (lo Stato integra una pensione previdenziale) sono le integrazioni al minimo, le maggiorazioni sociali, l’importo aggiuntivo e la quattordicesima mensilità.
“Un dato che non sembra rispecchiare le reali condizioni socio-economiche del Paese”, dice Brambilla. “Così come non pare credibile che la maggior parte di queste persone non sia riuscita in 67 anni di vita a versare neppure quei 15/17 anni di contribuzione regolare che avrebbe consentito di raggiungere la pensione minima”. A differenza delle pensioni finanziate dai contributi sociali, Brambilla ricorda che “questi trattamenti gravano del tutto sulla fiscalità generale, senza neppure essere soggetti a imposizione fiscale”.
La spesa per pensioni è al 13,42% del Pil, tra le più alte in Europa. Ma se scorporiamo la spesa assistenziale si scende ad un virtuoso 12,11%, in linea con la media Eurostat. E se leviamo anche le imposte (che tornano allo Stato) siamo all’8,61%.
C’è poi un’altra contraddizione segnalata da Itinerari Previdenziali. L’Italia spende per il welfare più di un quarto di quanto produce (il 29% del Pil), pari a più della metà sia di quanto incassa da fisco e contributi (il 60%) che di quanto si spende (52% della spesa pubblica). Nonostante questo enorme esborso (144 miliardi ai 78 del 2008) la povertà è dilagata: i poveri assoluti sono più che raddoppiati da 2,11 a 5,6 milioni e i poveri relativi da 6,5 a 8,8 milioni.
“Da ormai troppi anni stiamo assistendo - commenta Brambilla - a una deformazione del sistema previdenziale italiano che, progressivamente e spesso con la mera finalità di ottenere consenso, trasferisce risorse all’assistenza, anziché razionalizzarne la spesa. Emblematici i casi della proposta berlusconiana di innalzamento delle pensioni minime: portare tutti gli assegni bassi a 1.000 euro, come chiede Forza Italia, costerebbe più di 27 miliardi”.
Chi paga davvero l’Irpef
C’è poi un tema di sbilanciamento nella distribuzione del peso fiscale. L’Italia è tra i primi 5 Paesi al mondo per livello di protezione sociale offerto alla propria popolazione e al terzo posto per rapporto tra spesa sociale e Pil.
Ma siamo anche il Paese dove il 50% della popolazione paga solo poco più del 3% di tutta l’Irpef (meno di 5 miliardi) mentre, per garantire la sola spesa sanitaria (2.070 euro pro capite), altri concittadini - e in particolare coloro che dichiarano redditi da 35 mila euro in su (solo il 12,95% degli italiani) - devono pagare ogni anno 58 miliardi. C’è poi tutto il resto: scuola, assistenza sociale (che costa ben 155 miliardi l’anno), amministrazione, strade, infrastrutture ecc.
Un grafico traduce più di ogni parola.