A Davos il gran ritorno dei falchi: Bce verso altri rialzi da 0,50 punti
dai nostri inviati Andrea Greco , Tonia Mastrobuoni , dai nostri inviati Andrea Greco, Tonia MastrobuoniDAVOS - "L’inflazione è decisamente troppo alta»: Christine Lagarde sceglie Davos per spazzare via ogni dubbio sulla traiettoria della Bce. «Abbiamo alzato i tassi e andremo avanti finché saremo arrivati a un livello sufficientemente restrittivo» da riportare i prezzi «all’obiettivo del 2%». Alla riunione del 2 febbraio c’è, quindi, da attendersi una stretta di mezzo punto, dal 2,50 al 3%.
Alla vigilia del Forum qualche indiscrezione scommetteva su un imminente rialzo dei tassi più cauto, attorno allo 0,25%. Grazie un’inflazione che negli ultimi mesi si è lievemente indebolita (a dicembre ha rallentato al 9%). Invece la presidente della Bce ha segnalato che il tono sarà ben diverso. A quanto si apprende i membri del consiglio direttivo sono orientati a mantenere il ritmo di mezzo punto almeno per un’altra riunione, dopo quella di inizio febbraio.
DAVOS - "L’inflazione è decisamente troppo alta»: Christine Lagarde sceglie Davos per spazzare via ogni dubbio sulla traiettoria della Bce. «Abbiamo alzato i tassi e andremo avanti finché saremo arrivati a un livello sufficientemente restrittivo» da riportare i prezzi «all’obiettivo del 2%». Alla riunione del 2 febbraio c’è, quindi, da attendersi una stretta di mezzo punto, dal 2,50 al 3%.
Alla vigilia del Forum qualche indiscrezione scommetteva su un imminente rialzo dei tassi più cauto, attorno allo 0,25%. Grazie un’inflazione che negli ultimi mesi si è lievemente indebolita (a dicembre ha rallentato al 9%). Invece la presidente della Bce ha segnalato che il tono sarà ben diverso. A quanto si apprende i membri del consiglio direttivo sono orientati a mantenere il ritmo di mezzo punto almeno per un’altra riunione, dopo quella di inizio febbraio.
Il problema, per la Bce, è che l’inflazione ‘core’, depurata dai prezzi energetici, è al 5,2%. Lontana dall’obiettivo statutario del 2%. Mentre l’altro motivo per restare aggressivi sui tassi - lo spettro della recessione - si sta allontanando e il mercato del lavoro nell’eurozona «è più vibrante che mai» secondo Lagarde. Come a dire che la stretta monetaria non rischia più neanche di compromettere troppo l’economia. I toni di Lagarde, però, hanno affossato i mercati europei. L’impressione di un board dominato dalle paure dei falchi è stato confermato anche dalla minute della riunione di dicembre. La discussione è stata dominata da «un gran numero» di banchieri che avrebbero voluto un rialzo addirittura dello 0,75%. L’aggiustamento alla fine è stato da 0,50%.
A sorpresa, in una penultima giornata del Forum dominata dai falchi, con il premier olandese Mark Rutte che ha strigliato l’Italia sia per l’alto indebitamento sia per la spesa pensionistica, il governatore della Banca centrale olandese Klaas Knot ha invece espresso un prudente elogio dell’Italia. «Direi che fino ad ora i mercati hanno recepito» che in Italia «la politica fiscale viene presa molto responsabilmente e quindi i mercati hanno fiducia nella sostenibilità dello spread attuale».
E il tema dell’Italia non poteva che emergere in un consesso che pullula di investitori che nel 2023 devono convivere col nuovo scenario di alta inflazione e tassi crescenti. Se ne parla molto, a Davos. Mercoledì, nell’incontro riservato Investors governors, retto dalla Chatam rule che vieta di citare i partecipanti, una quarantina di grandi gestori globali, divisi tra investitori istituzionali anglosassoni e fondi sovrani di Asia e Medio Oriente (più un pugno di esponenti europei) si sono confrontati con qualche protagonista delle istituzioni. Si è parlato molto di Cina, geopolitica e investimenti privati.
Le prospettive di investimento in Cina, rilanciate proprio a Davos dal vicepremier Liu He, allettano molti investitori. Quanto alla geopolitica, la dipendenza energetica dell’Europa e il connesso riassetto delle catene di fornitura strategiche sono motivi di timore. «Si rischia che i maggiori tassi del dollaro, uniti ai sussidi stanziati alle imprese Usa per ristrutturare le forniture, spostino altri flussi di miliardi verso Wall Street». Si tratta, insomma, di convincere i Big money a rimanere in Europa: malgrado le aziende quotate a New York costino quasi il doppio rispetto alla media delle europee.
Durante l’incontro un grande banchiere americano si è anche chiesto – retoricamente – se i nuovi tassi rincarati non provocheranno problemi di sostenibilità al debito pubblico dell’Italia. Nella discussione che ne è seguita è stato notato che il «debito totale italiano, sommando a quello pubblico i debiti di famiglie e imprese, è tra i più bassi del mondo»; e che, almeno, il debito del Tesoro può essere comprato dalla Bce, da anni il suo primo investitore. Andrea Orcel, ad di Unicredit e unico banchiere italiano al Wef, non era presente all’incontro.
Ma evidentemente aveva le antenne ben puntate, poiché nelle stesse ore ha detto a Cnbc: «Il debito pubblico è una debolezza dell’Italia. Tuttavia abbiamo il più alto risparmio privato in Europa, e il debito pubblico è molto nelle mani degli italiani». Il banchiere romano trova l’attuale spread di 180 punti base «un livello costruttivo, che indica che i mercati stanno dando fiducia all’Italia». Ma meritarsela sarà più costoso e difficile: specie da marzo, quando la Bce inizierà a non ricomprare i Btp in scadenza. E il Tesoro ha emissioni a lungo termine in agenda per 320 miliardi nel 2023.