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La solitudine di Valditara. Tra i grandi di Davos, l’Italia si ferma alla scuola

Il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara (ansa)
L’unico ministro del governo al Wolrd Economic Forum
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DAVOS - All’inizio degli anni Trenta, quando era in fuga dal nazismo, Thomas Mann sbarcò negli Stati Uniti. E ci tenne a chiarire che “dove sono io, là è la Germania”. Anche in un discreto concentrato di egomaniaci come il Forum economico mondiale, non è certo questa l’ambizione di Giuseppe Valditara. Anzi, il ministro dell’Istruzione italiano è planato sulla “montagna incantata” di Mann sapendo di non potersi tuffare sui temi che dominano Davos - la tenzone commerciale tra Europa e Stati Uniti, la guerra in Ucraina, gli spettri recessione e inflazione - perché ci sono i colleghi competenti che se ne occupano.

DAVOS - All’inizio degli anni Trenta, quando era in fuga dal nazismo, Thomas Mann sbarcò negli Stati Uniti. E ci tenne a chiarire che “dove sono io, là è la Germania”. Anche in un discreto concentrato di egomaniaci come il Forum economico mondiale, non è certo questa l’ambizione di Giuseppe Valditara. Anzi, il ministro dell’Istruzione italiano è planato sulla “montagna incantata” di Mann sapendo di non potersi tuffare sui temi che dominano Davos - la tenzone commerciale tra Europa e Stati Uniti, la guerra in Ucraina, gli spettri recessione e inflazione - perché ci sono i colleghi competenti che se ne occupano.

D’altra parte i colleghi competenti, qui a Davos, non ci sono. E quando incontriamo Valditara a margine del suo blitz al Forum, il ministro non intende neanche rimpicciolire troppo il suo ego. «Mai fino ad ora il Forum aveva posto un accento così forte sull’istruzione». E infatti, per svicolare dalla pioggia di domande sull’Inflation Reduction Act, il segretario al Lavoro americano Walsh ha citato ben due volte “il ministro italiano”. Per parlare d’altro: il mega piano di sussidi “verdi” americano ha fatto imbestialire l’Europa. Mentre l’istruzione è tema che unisce.

Valditara non ha la corona per dire “l’état c’est moi”, ma ha spiccate competenze per portare avanti «una diplomazia della scuola che vada al di là degli scambi classici tra studenti», racconta, tra un incontro con l’omologa indiana sull’educazione femminile e una tavola rotonda con il commissario europeo per portare la riforma degli istituti tecnico-professionali. A quanto l’istruzione sia importante per il benessere di un Paese, quanto il capitale umano contribuisca a una solida economia, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha dedicato una vita di studi. E anche il suo predecessore, Mario Draghi, scrisse nelle sue prime Considerazioni finali che lo scarso rendimento dei quindicenni italiani in matematica era un problema per il Paese. Ma a Davos i temi sono spesso più terra terra e la funzione dei governi, quella di rendere un Paese attraente ai seicento amministratori delegati che affollano il Centro congressi e la Promenade.

Insomma, il resto del governo dov’è, insistiamo. Valditara si stringe nelle spalle, lasciando intendere che non dipende da lui. Bisognerebbe chiederlo a Giorgetti, Urso, Meloni e a quei ministri che pensano che gli interessi dell’Italia non abbiano bisogno di Davos. Peccato non lo pensi, ad esempio, l’amministratore delegato di Intel. Che aveva invitato a cena Giorgetti e Urso per cementare l’accordo sulla fabbrica da portare in Italia. Ieri Giorgetti ha risposto all’indiscrezione di Repubblica sulla cena saltata, dicendo di non avere il dono dell’ubiquità. E che «purtroppo, o per fortuna, c’è stato un cambio di governo. Le cose sono anche cambiate a livello di costi in generale a livello mondiale. Ma restiamo impegnati» sul dossier.

Intanto il gigante americano dei chip che cercava un posto in Europa dove costruire una mega fabbrica di semiconduttori, ha confermato 17 miliardi di investimenti per il sito in Germania. Non quelli per l’Italia.
Da dodici anni tra le presenze fisse a Davos c’è Davide Serra, fondatore di Algebris. Proviamo a chiedergli se è davvero così importante che un governo si faccia vedere a Davos. «Serve a presentare il Paese. Ed è utile soprattutto per quei Paesi dove cambiano spesso i governi». Il Regno Unito, che comincia in questo senso a somigliare all’Italia, «organizza ad esempio ad ogni Forum un pranzo di lavoro con il governo, le imprese più importanti e ‘il resto del mondo’. E funziona».