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Nomine, nuova organizzazione al Tesoro. Così Meloni mette le mani sulle partecipate del Mef

Riccardo Barbieri Hermitte, chiamato alla direzione generale del Tesoro (ansa)
Al ministero si parla di "scorporo". Il nuovo direttore generale Barbieri, appena nominato, non avrà la responsabilità delle società di cui lo Stato è azionista. Verrà creato un nuovo Dipartimento, per il quale la premier Meloni ha già individuato il nome di Turicchi
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ROMA - Al ministero dell'Economia lo chiamano "lo scorporo". I dettagli tecnici sono in via di definizione, ma la riforma del Dipartimento del Tesoro, che tra pochi giorni farà capo a Riccardo Barbieri, il neo direttore generale fresco di nomina, non è una semplice riorganizzazione degli uffici. È una redistribuzione di funzioni e poteri che impatta su una partita di peso: le società partecipate dallo Stato. Lo scorporo, dunque: la gestione delle partecipazioni di proprietà del Mef confluirà in un nuovo Dipartimento, creato appositamente e con un nuovo direttore generale alla guida. Giorgia Meloni ha già un nome in mente: Antonino Turicchi, il presidente di Ita. Fedelissimo, profilo di destra. La premier voleva lui al posto di Alessandro Rivera, il direttore generale del Tesoro sostituito con Barbieri, ma dopo un lungo braccio di ferro con il ministro dell'Economia Giancarlo Gior…

ROMA - Al ministero dell'Economia lo chiamano "lo scorporo". I dettagli tecnici sono in via di definizione, ma la riforma del Dipartimento del Tesoro, che tra pochi giorni farà capo a Riccardo Barbieri, il neo direttore generale fresco di nomina, non è una semplice riorganizzazione degli uffici. È una redistribuzione di funzioni e poteri che impatta su una partita di peso: le società partecipate dallo Stato. Lo scorporo, dunque: la gestione delle partecipazioni di proprietà del Mef confluirà in un nuovo Dipartimento, creato appositamente e con un nuovo direttore generale alla guida. Giorgia Meloni ha già un nome in mente: Antonino Turicchi, il presidente di Ita. Fedelissimo, profilo di destra. La premier voleva lui al posto di Alessandro Rivera, il direttore generale del Tesoro sostituito con Barbieri, ma dopo un lungo braccio di ferro con il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, la scelta è ricaduta su un profilo interno al Mef. Con la clausola, però, di fissare un nuovo perimetro alle sue funzioni: non dovrà toccare palla sulle partecipate. E quindi neppure sulle nomine che si faranno in primavera, quando si rinnoveranno i consigli di amministrazione di Eni, Enel, Leonardo, Terna e delle altre società in scadenza. 

Per questo è a rischio la poltrona di Filippo Giansante, a capo della VII direzione del Dipartimento del Tesoro, quella che si occupa dell'analisi e della valorizzazione delle partecipazioni societarie dello Stato. È anche la figura che sonda i candidati per le partecipate, preparando così il lavoro del direttore generale. Lo schema cambia radicalmente perché Giansante faceva riferimento a Rivera, titolare del dossier. Se alla fine resterà, comunque non si occuperà di nomine, ma solo delle altre materie che fanno riferimento alla direzione.

Con la riforma, attesa giovedì prossimo sul tavolo del Consiglio dei ministri, le partecipate faranno riferimento solo al capo del nuovo Dipartimento, mentre Barbieri si occuperà delle altre sette funzioni che fanno riferimento ad altrettante direzioni: tra queste, la gestione del debito pubblico, le relazioni economiche e finanziarie internazionali, ma anche il coordinamento dell'azione di contrasto al riciclaggio. Terrà anche la delega per l'analisi macroeconomica che è funzionale alla scrittura della legge di bilancio e di tutti i documenti programmatici del Tesoro. Un lavoro in continuità con il ruolo di capo economista che ha ricoperto dall'estate del 2015, quando l'allora ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (governo Renzi), lo chiamò a via XX settembre. È stato Barbieri, negli ultimi otto anni, il responsabile delle previsioni economiche che hanno fatto da base al Documento di economia e finanza, il documento con cui ogni anno i governi programmano la politica economica.

La partita delle partecipate dovrà comunque tenere conto anche di altri equilibri, che vanno oltre la decisione di creare un Dipartimento ad hoc. Come è successo con Rivera, anche per la prossima tornata di nomine sarà centrale il confronto tra la premier e il ministro dell'Economia, ma nella scelta dei nuovi vertici delle società conteranno anche i rapporti di forza dentro alla maggioranza. Un metodo non è stato ancora definito, la Lega lo sollecita da settimane, ma se la designazione dei presidenti e degli amministratori delegati sarà competenza di Meloni e Giorgetti, quella degli altri consiglieri si misurerà con le richieste che arriveranno dai tre partiti di maggioranza. 

La sostituzione di Rivera e lo scorporo delle partecipate hanno anche un altro significato. Sono altri due tasselli del disegno della premier sull'assetto del Tesoro. Prima sono arrivate le deleghe pesanti al viceministro Maurizio Leo, in quota Fratelli d'Italia, poi la decisione di affidare il controllo del Servizio centrale per il Pnrr, di stanza alla Ragioneria generale dello Stato, a Raffaele Fitto, ministro con delega al Piano di ripresa e resilienza. Nel decreto che ha cambiato i nomi ad alcuni ministeri, infatti, il Servizio, guidato da Carmine Di Nuzzo, è stato messo a supporto diretto del Dipartimento guidato proprio da Fitto.