Promesse, rischi e ambiguità dell'Algeria, il Paese che ha aiutato l'Italia a liberarsi dal gas russo
di Eugenio Occorsio , di Eugenio OccorsioL’Algeria in cui sbarca Giorgia Meloni è un Paese che ha molta fretta e molte paure: fretta di diversificare la propria economia dipendente per il 93% dagli idrocarburi, fretta di implementare gli investimenti annunciati per 40 miliardi di dollari per migliorare la rete infrastrutturale, paura (collegata con il precedente) di non riuscire a onorare gli impegni di fornitura presi con l’Italia, ma anche con Francia, Spagna e mezza Europa, paura di non riuscire a mantenere la sudata stabilità interna continuamente minacciata da condizioni socio-economiche precarie (l’ultima rivolta del pane è del 2019 e il Covid ha tenuto a freno le folle ma ora il Covid è finito).
Le promesse di gas all…
L’Algeria in cui sbarca Giorgia Meloni è un Paese che ha molta fretta e molte paure: fretta di diversificare la propria economia dipendente per il 93% dagli idrocarburi, fretta di implementare gli investimenti annunciati per 40 miliardi di dollari per migliorare la rete infrastrutturale, paura (collegata con il precedente) di non riuscire a onorare gli impegni di fornitura presi con l’Italia, ma anche con Francia, Spagna e mezza Europa, paura di non riuscire a mantenere la sudata stabilità interna continuamente minacciata da condizioni socio-economiche precarie (l’ultima rivolta del pane è del 2019 e il Covid ha tenuto a freno le folle ma ora il Covid è finito).
Le promesse di gas all'Italia (e non solo)
Non tutto questo entrerà nei colloqui che vedranno impegnata la premier, affiancata dall’ad dell’Eni, Claudio Descalzi, con il Presidente della Repubblica di Algeria Tebboune e il primo ministro Aimen Benabderrahmane. Ci si concentrerà sull’aumento delle vendite di gas con quello che è ormai di gran lunga il nostro primo fornitore: per ora nel 2022 sono passate da 21 a 24 miliardi di metri cubi, uno in meno del previsto. Ma il banco di prova è l’anno in corso, quando secondo gli accordi firmati da Draghi, i metri cubi aggiuntivi dovrebbero diventare 9, e 10 nel 2024, fino a superare nel totale i 30 miliardi ovvero il 38% dei nostri consumi (con la Russia confinata sotto il 20%).
Il problema delle infrastrutture
«Tecnicamente è possibile – spiega il superesperto di energia Davide Tabarelli – perché il gasdotto Transmed (che gli algerini, sempre grati, chiamano “Enrico Mattei”, ndr) è strutturato, con gli incrementi e i raddoppi degli anni scorsi, per portare fino a 36 miliardi di mc. Il problema sono le strutture di estrazione e canalizzazione sul posto». C’è bisogno di interventi urgenti, per i quali l’impegno è congiunto fra Sonatrach (la compagnia locale) ed Eni. Paradossalmente (per noi) più alto è il valore del gas, quindi il guadagno algerino, più rapidi sono i lavori. Per ora le quotazioni-record del 2022 hanno permesso ad Algeri di raggiungere il primo surplus di bilancio dopo moltissimi anni e di aumentare le riserve valutarie. È già un inizio, rileva il Fondo Monetario in un report di pochi giorni fa in cui però insiste sul rischio «di dipendere troppo dal solo prezzo degli idrocarburi» e suggerisce di espandersi magari in settori ad alta intensità energetica: l’industria dell’alluminio o delle costruzioni, ad esempio, dove sono già presenti diversi gruppi italiani, o quella dei fertilizzanti resa cruciale dal blocco dell’export russo e ucraino. La materia prima sono i fosfiti, che l’Algeria estrae ma avrebbe anche bisogno di importarne dal Marocco, con cui è in corso dacenni una disputa relativa al Sahara Occidentale.
L'ambuguità sull'Ucraina
«Probabilmente è dettato dalla paura, in questo caso di reazioni russe, anche il mantenimento di una posizione ambigua sulla guerra in Ucraina», aggiunge Andrea Dessì, responsabile Medio Oriente dell’Istituto affari internazionali. «Fin dall’indipendenza nel 1962 in piena guerra fredda, il Paese si è schierato nettamente con Mosca e da allora non è riuscito a smarcarsi da questo legame». Non a caso, l’Algeria si ostina ad astenersi nelle votazioni di condanna all’Onu dell’invasione, compresa l’ultima in ottobre sull’integrità territoriale quando sono passati con l’Occidente persino gli irrequieti vicini Marocco e Libia. Con il Marocco, peraltro, resta aperta dal lontano 1969 la questione del Sahara Occidentale, che Rabat insiste perché sia solo una regione autonoma mentre Algeri sostiene l’indipendenza per cui lotta il Fronte Polisario: lo scontro militare è sempre sul filo anche perché nell’area imperversano i criminali internazionali (copyright amministrazione Usa) della brigata Wagner. L’Algeria per ora li tiene a bada sul fronte sud e restano nei confini di Mali e Niger (ufficialmente per controllare i jihadisti) ma la tensione resta e un cambio degli equilibri potrebbe farla esplodere.