In Italia le grandi dimissioni, in Francia la grande pigrizia: i giovani dicono addio al mito della carriera
dalla nostra corrispondente Anais Ginori , dalla nostra corrispondente Anais GinoriPARIGI - Lavorare di più? No grazie. Un milione di francesi ha manifestato qualche giorno fa contro la riforma del governo che vuole allungare l'età pensionabile da 62 a 64 anni. E dietro alla protesta c'è un fenomeno più profondo. Uno studio della fondazione Jean Jaurès dimostra infatti che il rapporto con il lavoro è profondamente cambiato: negli anni Novanta il 60 per cento considerava la vita professionale "molto importante", mentre oggi la percentuale è scesa al 21 per cento.
Non c'è solo il fenomeno delle "grandi dimissioni", che esiste pure in Francia dopo la pandemia.Tra la fine del 2021 e l'inizio del 2022, si sono registrate quasi 520.000 dimissioni a trimestre, di cui 470.000 di persone che avevano un contratto a tempo indeterminato. I francesi sono affetti anche dalla "grande pigrizia" secondo Jérémie Peltier e Jérôme Fourquet, autori dello…
PARIGI - Lavorare di più? No grazie. Un milione di francesi ha manifestato qualche giorno fa contro la riforma del governo che vuole allungare l'età pensionabile da 62 a 64 anni. E dietro alla protesta c'è un fenomeno più profondo. Uno studio della fondazione Jean Jaurès dimostra infatti che il rapporto con il lavoro è profondamente cambiato: negli anni Novanta il 60 per cento considerava la vita professionale "molto importante", mentre oggi la percentuale è scesa al 21 per cento.
Non c'è solo il fenomeno delle "grandi dimissioni", che esiste pure in Francia dopo la pandemia.Tra la fine del 2021 e l'inizio del 2022, si sono registrate quasi 520.000 dimissioni a trimestre, di cui 470.000 di persone che avevano un contratto a tempo indeterminato. I francesi sono affetti anche dalla "grande pigrizia" secondo Jérémie Peltier e Jérôme Fourquet, autori dello studio effettuato dall'Ifop su un campione di 1300 dipendenti. Molti lavoratori si accontentano di fare lo stretto indispensabile in ambito professionale, è la versione transalpina del "quiet quitting".
Il Covid ha lasciato tracce evidenti. Quasi un intervistato su tre sostiene di essere meno motivato nel lavoro rispetto al periodo pre-pandemia. Una tendenza ancora più accentuata tra i giovani, con il 40 per cento dei 25-34enni che indica di essere meno motivato rispetto al passato (rispetto a solo il 21 per cento degli over 65). Anche questo spiega l'opposizione, in particolare tra i giovani, all'idea di lavorare due anni in più come prevede la riforma di Macron. Il calo di motivazione professionale colpisce tutte le classi sociali con la stessa intensità, ma è più forte nella regione di Parigi, dove i lockdown sono stati particolarmente pesanti: il 41 per cento dei parigini è meno motivato di prima, rispetto al 29 per cento delle persone che vivono in città di provincia e al 22 per cento degli abitanti di zone rurali. Ci sono sfumature a seconda della militanza politica. Mentre il 44 per cento dei sostenitori del movimento di sinistra La France insoumise afferma di essere meno motivato di prima, ciò avviene solo per il 23 per cento dei sostenitori di Emmanuel Macron e per il 27 per cento dei sostenitori della destra.
Più in generale l'interesse per la carriera è diminuito di ben il 36 per cento negli ultimi due anni, mentre la passione per il tempo libero è aumentata del 10 per cento. "Nel nostro sondaggio, il 45 per cento dei francesi dichiara di essere regolarmente colpito da un'epidemia di pigrizia che li scoraggia dall'uscire di casa" spiegano Peltier e Fourquet. Quasi due intervistati su tre vogliono lavorare meno, anche se ciò significa guadagnare meno. "La sacralità del lavoro e della fatica - osservano gli autori dello studio - si è affievolita con la definitiva dislocazione della matrice cattolica e la scomparsa del mondo operaio e contadino, universi che l'avevano posta al centro dei rispettivi sistemi di valori".
Non solo l'effetto pandemia
Ma la pandemia non spiega tutto. Già prima del 2020 l'Istituto di Statistica aveva calcolato che in Francia si lavorava 350 ore in meno rispetto a mezzo secolo fa, tra i livelli più bassi delle classifiche Ocse. E' l'effetto di storiche riforme: come la quinta settimana di ferie retribuite decisa da François Mitterrand nel 1982, e l'orario settimanale a 35 ore varato nel 2000 dal governo di sinistra di Lionel Jopin. Intanto la Francia, più di ogni altro paese, ha vissuto una serie di crisi. Prima la stagione degli attentati terroristi poi la protesta dei "gilet gialli", seguita da un altro periodo di tensione sociale con la lunga vertenza sulle pensioni tra la fine del 2019 e l'inizio del 2020, e a seguire i due anni di pandemia. Infine il conflitto in Ucraina e le dichiarazioni dei leader russi hanno riacceso lo dell'apocalisse nucleare.
L'esplosione dello smart working toglie centralità al lavoro
Molti francesi, registra lo studio, vivono in una condizione di cronica stanchezza fisica ma soprattutto di fragilità psicologica. Le assenze per malattia nelle imprese sono esplose, in gran parte per burn-out e altri disturbi psicologi. Quasi un quarto dei dipendenti francesi oggi telelavora tre o più giorni alla settimana. "Lo sviluppo massiccio dello smart working costituisce una nuova tappa nella perdita di centralità del lavoro nella vita di molti francesi" notano gli autori dello studio. "Una parte della popolazione attiva, e in particolare i giovani - conclude lo studio - si è progressivamente disimpegnata dal lavoro, come se fosse entrata in una forma di resistenza silenziosa e passiva, come Bartleby, il protagonista dell'omonimo racconto di Herman Melville, di professione scrivano, che rifiuta tutte le richieste che gli vengono fatte, a partire da quelle del suo capo, con l'ormai celebre frase: Preferirei di no".