Videomaker fa coming out su Youtube e viene scaricato dalla sua tv. Per la Corte Ue anche gli autonomi vanno tutelati
di Raffaele Ricciardi , di Raffaele RicciardiMILANO - J.K. è un videomaker polacco. Per otto anni, fino al 2017, ha realizzato servizi per un canale della TP, emittente televisiva pubblica controllata dal Tesoro di Varsavia. A regolarne il lavoro, svariati contratti di breve durata: il classico collaboratore freelance. Il suo rapporto con la tv svolta il 4 dicembre di quell'anno, per una ragione che nulla ha a che fare con la bontà delle sue inquadrature. Su Youtube, in vista del Natale, pubblica un video di auguri. Appare con il suo compagno, e invita alla tolleranza verso le coppie di persone dello stesso sesso. Da quel giorno, TP taglia le sue collaborazioni.
Lui porta il caso in tribunale, per discriminazione, e chiede 10mila euro di risarcimento. Il giudice di Varsavia gira il faldone alla Corte di Giustizia Ue per sapere se la direttiva europea sulla parità di trattamento riguardi anche J.K. La risposta, giunta nei giorni scorsi, è cristallina: l'orientamento sessuale non pu&o…
MILANO - J.K. è un videomaker polacco. Per otto anni, fino al 2017, ha realizzato servizi per un canale della TP, emittente televisiva pubblica controllata dal Tesoro di Varsavia. A regolarne il lavoro, svariati contratti di breve durata: il classico collaboratore freelance. Il suo rapporto con la tv svolta il 4 dicembre di quell'anno, per una ragione che nulla ha a che fare con la bontà delle sue inquadrature. Su Youtube, in vista del Natale, pubblica un video di auguri. Appare con il suo compagno, e invita alla tolleranza verso le coppie di persone dello stesso sesso. Da quel giorno, TP taglia le sue collaborazioni.
Lui porta il caso in tribunale, per discriminazione, e chiede 10mila euro di risarcimento. Il giudice di Varsavia gira il faldone alla Corte di Giustizia Ue per sapere se la direttiva europea sulla parità di trattamento riguardi anche J.K. La risposta, giunta nei giorni scorsi, è cristallina: l'orientamento sessuale non può essere un motivo per rifiutare di stipulare un contratto con un lavoratore, autonomo o dipendente che sia.
Il caso, ragiona l'avvocato Giampiero Falasca, partner dello Studio legale internazionale DLA Piper, riguarda un Paese in cui "la legge sui contratti di lavoro autonomo si limita a vietare solo alcune discriminazioni basiche, quelle per sesso, razza, età, origine etnica e nazionalità". Il salto di qualità della Corte è che "dice agli Stati membri che non si può declinare a proprio piacimento, ognun per sé, la tutela antidiscriminatoria dei lavoratori: è una, unitaria, e vale per tutti". Un monito, anche per il futuro: quelle tutele non si toccano.
Ma non è solo una questione polacca. E' vero, ricorda l'avvocato Marco Tesoro, che già la legge di recepimento italiana del 2003 "richiama il divieto di discriminazione per l'accesso al lavoro, anche autonomo". Ma la nuova pronuncia "non è banale per la 'vulnerabilità' attribuita al lavoratore autonomo, paragonabile a quella del dipendente subordinato".
Un "precedente estremamente importante e significativo", aggiunge Silvia Santilli, avvocato di Acta, l'associazione dei freelance. "Allo stato la normativa italiana tutela solo parzialmente i lavoratori autonomi in materia di discriminazioni e le poche pronunce in merito sono frutto di un'interpretazione sistematica di normativa italiana ed europea". In questo hanno fatto scuola alcune decisioni in merito alla vicenda dei riders, dove la legge sulle discriminazioni è stata utile per riconoscere i loro diritti. "La decisione della Corte Ue dice chiaramente che se hai un lavoratore autonomo, e smetti di chiamarlo, ai fini della tutela antidiscriminazione è come se lo stessi licenziando", aggiunge Falasca.
Una sentenza "che sarà portata nelle nostre aule, dando ai giudici maggiori argomentazioni nelle decisioni sulle tutele del lavoratore autonomo". Trend in ascesa: "Negli ultimi 2-3 anni abbiamo assistito a una forte crescita di questo tipo di cause", dice Falasca. "Eravamo molto indietro, concentrati sugli aspetti procedurali e formali dei contratti". Ora c'è un'arma in più, anche per attaccare quelle forme indirette di discriminazione che nascono da comportamenti legittimi delle aziende ma sfociano in esiti illegittimi (ad esempio la totale assenza di un genere sull'intera popolazione aziendale è spia di discriminazione). Un passo avanti giurisprudenziale, dunque, che ora chiama quello culturale. "Su questo come altri temi - ad esempio la sicurezza del lavoro - vedo una forte polarizzazione nel nostro tessuto imprenditoriale", chiosa Falasca. "Le aziende di livello medio-grande sono su standard assolutamente internazionali. Tra le Pmi", spina dorsale del nostro tessuto, "il quadro è molto più variegato e mi preoccupa di più".