Putin ha un problema: il prezzo del gas in calo prosciuga il bilancio del Cremlino
di Maurizio Ricci , di Maurizio RicciImpegnati a rifiatare per la marcia indietro dei prezzi del gas e delle bollette, si rischia di perdere di vista l'altra faccia della storia, anch'essa significativa: la marcia indietro degli incassi di Putin. La tortuosa e tormentata partita delle sanzioni, qui, segna un punto. Secondo il costante monitoraggio di Matteo Villa dell'Ispi, il buco nelle casse di Gazprom si sta (alla fine) allargando velocemente, riducendo all'osso le risorse del Cremlino.
Il crollo dei flussi verso l'Europa
Rispetto a prima della guerra, i volumi di gas verso l'Europa sono collassati da 150 miliardi di metri cubi a 25 circa. Cina e Asia stanno colmando il gap? Niente affatto, come era del resto, in assenza di gasdotti, tecnicamente prevedibile: il gas verso l'Asia è cresciuto solo da 35 a 40 miliardi di metri cubi circa, in ragione d'anno. La svolta è nel fatto che l'aumento dei prezzi non compensa più la riduzione dei volumi di vendita: a…
Impegnati a rifiatare per la marcia indietro dei prezzi del gas e delle bollette, si rischia di perdere di vista l'altra faccia della storia, anch'essa significativa: la marcia indietro degli incassi di Putin. La tortuosa e tormentata partita delle sanzioni, qui, segna un punto. Secondo il costante monitoraggio di Matteo Villa dell'Ispi, il buco nelle casse di Gazprom si sta (alla fine) allargando velocemente, riducendo all'osso le risorse del Cremlino.
Il crollo dei flussi verso l'Europa
Rispetto a prima della guerra, i volumi di gas verso l'Europa sono collassati da 150 miliardi di metri cubi a 25 circa. Cina e Asia stanno colmando il gap? Niente affatto, come era del resto, in assenza di gasdotti, tecnicamente prevedibile: il gas verso l'Asia è cresciuto solo da 35 a 40 miliardi di metri cubi circa, in ragione d'anno. La svolta è nel fatto che l'aumento dei prezzi non compensa più la riduzione dei volumi di vendita: a metà 2021 (prima che Putin cominciasse, in anticipo sull'invasione, le sue manovre sulle forniture di gas) gli incassi valevano circa 80-90 milioni di euro al giorno, schizzati a 400 al momento dell'invasione e poi ancora questa estate. A fine 2022 questo torrente è diventato un rivolo che non vale più di 20-30 milioni di euro al giorno, un terzo dell'entità pre-guerra, secondo il calcolo di Villa, erodendo il bilancio di guerra del Cremlino.
Queste brusche oscillazioni raccontano, peraltro, di come sia difficile calibrare, cadenzare, anche solo valutare quella "prosecuzione della guerra con altri mezzi" che è il conflitto economico in cui sono impegnati da un anno, sopra la testa dei combattenti in Ucraina, Russia e Occidente. Il tentativo di ridurre la Russia ad uno Stato-paria, sottraendogli sbocchi commerciali, know-how, investimenti mette, in prospettiva, in ginocchio l'economia russa, ma i tempi di questo arretramento sono nebulosi e anche gli effetti immediati non sono scontati. La ritirata delle imprese occidentali dalla Russia, ad esempio, presentata come un duro colpo alla salute e alla competitività dell'economia russa, sta avvenendo con il contagocce e, si direbbe, con qualche riluttanza.
Ma le aziende restano: solo 8 su 10 hanno tagliato i ponti con Mosca
Simon Evenett e Niccolò Pisani hanno censito le aziende europee, americane, giapponesi che, dall'invasione, hanno chiuso almeno una delle loro attività in Russia. E' un test probante della disponibilità delle aziende a seguire la geopolitica, visto che la Russia è abbastanza grande da dimostrare la volontà di "non commerciare con il nemico", ma abbastanza piccola da non intaccare le strategie globali delle multinazionali. Molto si è parlato, infatti, dell'uscita di scena di un simbolo come McDonald's o della decisione di Danone di chiudere 13 fabbriche, mettendo a bilancio una perdita di un miliardo di euro. Ma i dati complessivi non consentono di parlare, oggi, di esodo.
Su 1.404 aziende europee o dei paesi del G7 presenti in Russia, solo l'8,5 per cento - in cifre, 120 - hanno effettivamente abbandonato il paese in almeno una delle loro filiali. E non sono neanche le più brillanti, visto che rappresentano solo il 6,5 per cento dei profitti totali, in Russia, delle imprese delle stesse nazionalità. Nelle 120 imprese che hanno sbattuto la porta, il 18 per cento sono americane, il 12 per cento tedesche. Ma sono tedesche anche il 20 per cento delle imprese che, per ora, sono rimaste, fra cui, con il 6,3 per cento, è consistente il numero delle imprese italiane (praticamente assenti fra quelle che sono uscite).
Anche Evenett e Pisani avvertono di non arrivare a conclusioni affrettate. Le imprese rimaste possono agire in settori non coperti da sanzioni, il governo russo può essersi messo di traverso e, in generale, non è semplice liquidare una fabbrica o un attività nel giro di sette mesi (il censimento copre il periodo aprile-novembre 2022). Un bilancio dell'esodo si potrà fare solo fra un paio d'anni, come quello sugli effetti subiti dall'economia russa. È uno dei paradossi di questa guerra economica al rallentatore, non per questo, però, meno letale.