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Lo smart working si è fermato: con la fine della pandemia ridotto al 15%

Fa eccezione la Pubblica amministrazione con 600 mila lavoratori agili. Tra gli ostacoli una legislazione inadatta, le difficoltà di mantenere parità di condizioni salariali e di lavorare per obiettivi. E le forme più avanzate, come il FOR Working dei chimici, sono state archiviate
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ROMA - Le bollette sono sempre più care e di “pacchetti utenze” per gli smart worker, in sostituzione dei vecchi cari buoni pasto, se ne vedono pochi. I manager fanno fatica a organizzare i dipendenti solo per obiettivi, si guardano intorno negli uffici semivuoti e trovano che il lavoro da remoto manchi del giusto grado di “engagement”. E la legislazione non aiuta, nonostante le semplificazioni. Ecco perché in piena pandemia a lavorare da remoto in Italia erano circa sette milioni di lavoratori mentre adesso, calcola l’Inapp, a farlo è appena il 14,9% dei dipendenti, neanche tre milioni di lavoratori.

Lo smart working è finito? Sicuramente non per tutti: ci sono lavoratori che non sanno più come sia fatta l’azienda. Ma la stragrande maggioranza è tornata in ufficio, e neanche troppo malvolentieri negli ultimi tempi: «Il tema del costo dell’energia sta anche cambiando l’atteggiamento di mol…

ROMA - Le bollette sono sempre più care e di “pacchetti utenze” per gli smart worker, in sostituzione dei vecchi cari buoni pasto, se ne vedono pochi. I manager fanno fatica a organizzare i dipendenti solo per obiettivi, si guardano intorno negli uffici semivuoti e trovano che il lavoro da remoto manchi del giusto grado di “engagement”. E la legislazione non aiuta, nonostante le semplificazioni. Ecco perché in piena pandemia a lavorare da remoto in Italia erano circa sette milioni di lavoratori mentre adesso, calcola l’Inapp, a farlo è appena il 14,9% dei dipendenti, neanche tre milioni di lavoratori.

Lo smart working è finito? Sicuramente non per tutti: ci sono lavoratori che non sanno più come sia fatta l’azienda. Ma la stragrande maggioranza è tornata in ufficio, e neanche troppo malvolentieri negli ultimi tempi: «Il tema del costo dell’energia sta anche cambiando l’atteggiamento di molti lavoratori, tanto che molti stanno chiedendo di ridurre il periodo di remote working proprio a causa degli alti costi legati alle utenze domestiche», rileva un’indagine di Manageritalia e JobPricing.

Le bollette però sono solo una piccola parte del problema: il maggiore ostacolo è la riorganizzazione del lavoro per obiettivi, con un adeguamento dei salari che mantenga l’equilibrio tra chi lavora da remoto e chi lavora in presenza. «I dati ci dicono che la quota del lavoro da remoto varia dal 25% per le professioni intellettuali o esecutive al 2% di quelle non qualificate. - dice il presidente dell’Inapp Sebastiano Fadda - Dietro questa distribuzione vi è sicuramente il differente grado di fattibilità del lavoro da remoto nelle diverse professioni, ma anche la differente capacità manageriale di adottare nuovi modelli di organizzazione del lavoro facendo uso delle nuove tecnologie digitali».

La Pubblica Amministrazione ha affrontato la questione rinviando il momento della riorganizzazione per obiettivi: prendendo atto delle difficoltà, i rinnovi contrattuali dello scorso anno hanno affiancato allo smart working per obiettivi una forma di telelavoro che ricalca in tutto e per tutto l’organizzazione e gli orari degli uffici. In questo modo si è “salvato” il buono pasto, e adesso gli uffici pubblici contano su una alta adesione al lavoro da remoto, 600 mila dipendenti quest’anno, su una platea di 3,2 milioni. Anche nel privato si è posta la questione di un “pacchetto” alternativo ai buoni pasto e agli straordinari orari, ma la soluzione non è così semplice, anche perché la legislazione non aiuta, anzi è di ostacolo secondo il 40% dei dirigenti intervistati nel report di ManagerItalia.

E così la stragrande maggioranza delle aziende piccole ha gettato la spugna, e le aziende grandi hanno adottato comode soluzioni “ibride”, che prevedono uno due giorni di lavoro da remoto, e il resto in presenza. Molte delle sperimentazioni più innovative sono state abbandonate. È il caso del FOR Working, messo a punto da un accordo tra i sindacati dei chimici e Federchimica nel 2020. L’accordo, spiega Aldo Zago, segretario della Filctem-Cgil-Lombardia, «doveva essere inserito nel successivo contratto collettivo, ma non è poi stato recepito perché ci sono stati una serie di ripensamenti, e non da parte sindacale». Lo smart working di quel tipo, senza alcun limite né di tempo né di orario, spiega il sindacalista, si mantiene ancora, ma solo «per determinate figure professionali, molto difficili da reperire. Perché alcune professionalità sono talmente rare che se le trovi a Roma o a Napoli e non sono disponibili a trasferirsi a Milano l’azienda si accontenta, magari chiede di venire in sede solo per pochi giorni al mese, e lascia amplia possibilità di organizzazione».

Lo smart working richiede «un processo di adattamento nello stile manageriale per nulla scontato», e solo in questo caso è efficace, conferma il 75,8% dei dirigenti, nel report di Manageritalia. Ma quando l’azienda è piccola c’è poco da organizzarsi. L’Inapp fa una sorta di censimento delle posizioni lavorative “smartabili”, scoprendo che più le imprese sono piccole e meno sono adatte al lavoro agile: l’84% dei lavoratori delle imprese fino a 5 dipendenti svolge mansioni che non possono essere eseguite a distanza. Si passa poi al 56,4% fra quelle medie, e al 34,2% fra le realtà con oltre 250 addetti. Che però in Italia sono poche, e non sempre propense a rivoluzionare tutto.- «È come se durante la pandemia avessimo vissuto in ‘una grande bolla’ - conclude Fadda - e il ritorno alla normalità stesse vanificando le potenzialità del lavoro a distanza, a causa di una ridotta capacità di introdurre radicali innovazioni nell’organizzazione del lavoro».