Bini Smaghi: “Per avere nuovo debito europeo servono più garanzie”
di Eugenio Occorsio , di Eugenio Occorsio«Italia e Germania sono fortemente interconnesse e dovrebbero lavorare di più insieme, dicono Scholz e Meloni. Giustissimo: allora il primo banco di prova dovrebbe essere un impegno di entrambi i Paesi per creare le premesse di un vero mercato comune dei capitali, di cui c’è un forte bisogno». Lorenzo Bini Smaghi, economista di scuola Bankitalia, già membro del board della Bce e oggi presidente della Societe Generale, sostiene da sempre che senza un mercato dei capitali integrato - banche, assicurazioni e imprese in grado di gestire a pieno titolo operazioni transnazionali - l’Unione europea non può compiere veri passi avanti e ipotizzare progetti analoghi al maxi-fondo industriale varato dagli Usa: «Senza quest’innovazione diventa impossibile varare nuovi progetti comuni, in particolare quelli legati alla transizione e alla sicurezza energetica».
«Italia e Germania sono fortemente interconnesse e dovrebbero lavorare di più insieme, dicono Scholz e Meloni. Giustissimo: allora il primo banco di prova dovrebbe essere un impegno di entrambi i Paesi per creare le premesse di un vero mercato comune dei capitali, di cui c’è un forte bisogno». Lorenzo Bini Smaghi, economista di scuola Bankitalia, già membro del board della Bce e oggi presidente della Societe Generale, sostiene da sempre che senza un mercato dei capitali integrato - banche, assicurazioni e imprese in grado di gestire a pieno titolo operazioni transnazionali - l’Unione europea non può compiere veri passi avanti e ipotizzare progetti analoghi al maxi-fondo industriale varato dagli Usa: «Senza quest’innovazione diventa impossibile varare nuovi progetti comuni, in particolare quelli legati alla transizione e alla sicurezza energetica».
Si spiega così lo scetticismo tedesco sul fondo per gli aiuti alle imprese e la “gara dei sussidi” per dirla con Scholz?
«Non solo. Le perplessità tedesche riguardano vari aspetti. Si tratta di un fondo per entrare nel capitale delle aziende europee? In questo caso ci si deve chiedere chi decide, e in base a quali criteri, in particolare come decidere se investire in imprese di un Paese piuttosto che di un altro. Poi: chi si farebbe carico delle eventuali perdite di un’azienda piuttosto che un’altra? Oppure si tratta di finanziare sgravi fiscali, come negli Usa? Anche in questo caso bisogna capire come vengono decisi gli sgravi e chi ne beneficia. Se il finanziamento è europeo è necessario un meccanismo decisionale europeo e non nazionale».
Non si può ripetere l’esempio del NextGenEU?
«Per garantire il debito europeo emesso per finanziare i Pnrr si devono trovare nuove risorse per il bilancio comunitario, ma non c’è ancora l’accordo fra i Paesi membri su come farlo. Un nuovo fondo europeo richiederebbe a sua volta di trovare ulteriori risorse proprie o nuovi trasferimenti dai bilanci nazionali».
Una nuova emissione di eurobond?
«Può essere una soluzione ma bisogna prima risolvere il problema della copertura, o meglio delle garanzie. Va piuttosto colta l’occasione per risolvere il nodo cruciale: l’insufficiente attenzione al finanziamento degli investimenti attraverso capitali privati. È da questo punto di vista che l’Europa è carente, ripeto: manca di un vero mercato dei capitali integrato come quello americano, che aiuti le aziende a finanziarsi, crescere e competere nel contesto globale».
Il summit Italia-Germania ha seguito di poche ore il nuovo rialzo dei tassi: come giudica il cambio di passo della Bce, che è entrata con ritardo in campo nella lotta all’inflazione e ora fa la voce grossa?
«È vero, la Bce ha inizialmente sottostimato l’inflazione e mantenuto i tassi bassi, sempre comunque con l’idea che se l’inflazione stessa fosse stata maggiore del previsto avrebbe potuto cambiare politica rapidamente. Siamo ora proprio in questa fase, per cui è normale alzare i toni e far capire ai mercati e agli operatori economici che i tassi saliranno ancora per recuperare il terreno perduto».
Fra gli economisti però c’è chi sostiene che la politica della Bce, anziché frenare l’inflazione sembra inseguirla e, vista la rapidità con cui l’inflazione stessa sta rientrando, rischi di “superarla”…
«Non direi. La politica monetaria mira ad assicurare che l’inflazione torni entro l’obiettivo del 2% in un arco di tempo ragionevole, ossia 18-24 mesi. Per fare questo i tassi d’interesse devono ancora aumentare, non c’è dubbio».
E la sensazione che con la gestione Lagarde la Bce voglia tornare a fare la banca senza farsi troppo più coinvolgere nella politica economica?
«Non mi sembra. Ad esempio, la Bce è in questa fase molto attiva sulle tematiche della transizione energetica, adeguando alcuni strumenti di policy, ad esempio per l’acquisto di obbligazioni corporate, per tener conto degli impegni presi a livello europeo. È una differenza sostanziale rispetto alla Fed».
Non la preoccupa il rischio che il rialzo dei tassi produca una recessione?
«Sono altri i fattori che possono portare alla recessione. Per esempio, l’incertezza, di cui si parla poco, che riguarda gli effetti della restrizione monetaria in atto nel nuovo contesto regolamentare, caratterizzato dalla normativa di Basilea III adottata di recente. Le richieste di sempre nuove ricapitalizzazione preoccupano le banche e le autorità nazionali ed europee. Gli ultimi dati dell’inchiesta della Bce sulle condizioni creditizie mostrano un forte peggioramento. Ciò segnala un rischio crescente di credit crunch che potrebbe colpire le imprese europee, in particolare quelle che non hanno accesso diretto al mercato finanziario».