Il paradosso di Londra: la Borsa fa il record mentre l'economia sprofonda
di Enrico Franceschini , di Enrico FranceschiniLONDRA – È un fine settimana di festa per la City. Venerdì la Borsa di Londra ha chiuso con un record: l’indice Ftse 100 ha raggiunto il livello più alto di tutti i tempi, con una crescita dell’1,1 per cento nel corso della giornata di contrattazioni che lo ha portato a quota 7906, superando il primato precedente di 7902 raggiunto nel maggio 2018. Dopo avere chiuso lo scorso anno con un aumento di poco meno dell’1 per cento rispetto all’anno prima, dall’inizio del 2023 lo London Stock Exchange ha visto il proprio indice salire del 6,1 per cento in poco più di un mese.
Sembra un paradosso: la Borsa va su mentre l’economia va giù. Descritto come “il grande malato d’Europa”, il Regno Unito è entrato in una recessione che secondo le previsioni degli analisti durerà almeno fino a dicembre, la performance del pil è la peggiore fra tutti i Paesi del G7, l’inflazione divo…
LONDRA – È un fine settimana di festa per la City. Venerdì la Borsa di Londra ha chiuso con un record: l’indice Ftse 100 ha raggiunto il livello più alto di tutti i tempi, con una crescita dell’1,1 per cento nel corso della giornata di contrattazioni che lo ha portato a quota 7906, superando il primato precedente di 7902 raggiunto nel maggio 2018. Dopo avere chiuso lo scorso anno con un aumento di poco meno dell’1 per cento rispetto all’anno prima, dall’inizio del 2023 lo London Stock Exchange ha visto il proprio indice salire del 6,1 per cento in poco più di un mese.
Sembra un paradosso: la Borsa va su mentre l’economia va giù. Descritto come “il grande malato d’Europa”, il Regno Unito è entrato in una recessione che secondo le previsioni degli analisti durerà almeno fino a dicembre, la performance del pil è la peggiore fra tutti i Paesi del G7, l’inflazione divora i salari spingendo i lavoratori praticamente di tutte le categorie a continui scioperi che paralizzano i trasporti e altri settori vitali come non capitava dal tempo della Thatcher, in quello che viene soprannominato un nuovo “inverno dello scontento”. Eppure i broker stappano champagne.
C’è una ragione per spiegare il fenomeno. L’indice delle blue-chip londinese è dominato da gruppi petroliferi e minerari, banche, società di assicurazioni, mentre appare più carente di azioni di aziende ad alta tecnologia in grado di rivaleggiare Apple, Amazon e Alphabet, la società che controlla Google. “Quello che normalmente sembra un vizio della Borsa di Londra diventa una virtù quando inflazione e alti tassi di interesse schiacciano il valore dell’high-tech spingendo gli investitori verso campi più tradizionali”, dice Russ Mould, direttore della società di brokeraggio AJ Bell.
La svalutazione della sterlina nei confronti dell’euro e del dollaro dalla Brexit in poi ha dato un altro contribuito al rafforzamento della cittadella finanziaria sul Tamigi, commenta il Financial Times, facendo crescere le compagnie dell’indice Ftse 100 in settori come l’energia e le materie prime. La Shell, il gigante petrolifero anglo-olandese che è la seconda azienda più grande quotata alla borsa di Londra, ha guadagnato il 43 per cento del valore nel 2022; e la banca Hsbc ha visto crescere il proprio del 15 per cento.
Il record stabilito venerdì dal London Stock Exchange è tuttavia un relativo successo rispetto ad altre piazze finanziarie globali. Nel lungo termine, i risultati della Borsa londinese non sono coì brillanti: l’indice Ftse è salito appena del 14 per cento dal boom dell’era dotcom nel 1999. Da allora, per avere un confronto, il valore dello Standard & Poor, l’indice delle 500 maggiori compagnie quotata negli Stati Uniti, è aumentato due volte e mezzo di più. La consolazione per Londra è che le compagnie petrolifere e bancarie che dominano il Ftse hanno aiutato nel 2022 a evitare il peggio del tracollo globale dei mercati finanziari, nel quale i settori tecnologici americani, colpiti dall’aumento dei tassi d’interesse, hanno provocato un declino del 20 per cento dell’indice Standard & Poor.
Le difficoltà dell’economia britannica si riflettono meglio nell’indice Ftse 250, che contiene azioni più sensibili agli sbalzi dei tassi d’interesse, compagnie con più alti costi di importazione e più esposte alla domanda locale: il suo calo del 6 per cento negli ultimi dodici mesi fornisce un quadro della situazione più fedele ai problemi dell’economia reale. Borsa e recessione, per così dire, vanno a braccetto, quando si scende dalle blue-chip alla vita di tutti i giorni. Il record dell’Ftse 100, cioè dell’indice delle 100 società più forti della Borsa londinese, era insomma in buona parte previsto e in certa misura pleonastico, superfluo, inutile per misurare la salute economica del Regno Unito.
Questo non ha impedito, naturalmente, che venerdì sera nei pub della City i broker abbiano brindato a champagne. Come nell’incipit di "Le due città", celebre romanzo di Dickens, “era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi”: in breve, un periodo in cui si parlava al superlativo, “sia nel bene, sia nel male”, proprio come oggi.