Lavoro, per la metà dei dipendenti orari folli. E uno su sei non è pagato per gli straordinari
di Raffaele Ricciardi , di Raffaele RicciardiMILANO - Lavorare di più per smaltire il carico che si accumula sulla scrivania o in magazzino, senza che la busta paga salga di conseguenza. Accade a un dipendente su sei: è il fenomeno dello straordinario non retribuito, un “nero” di fatto, denunciato dall’anticipazione di uno studio Inapp durato un anno e che ha coinvolto 45mila persone. Lavoro che fotografa come il 60% dei dipendenti faccia straordinari, per la maggior parte per carichi eccessivi o mancanza di personale: spia di una necessità strutturale. Oppure per guadagnare di più (18%), o perché non può dire di no (8%). E c’è anche quel 16% di persone che lo fa gratis. Ma, dice la stessa indagine, è solo la punta di un Iceberg.
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MILANO - Lavorare di più per smaltire il carico che si accumula sulla scrivania o in magazzino, senza che la busta paga salga di conseguenza. Accade a un dipendente su sei: è il fenomeno dello straordinario non retribuito, un “nero” di fatto, denunciato dall’anticipazione di uno studio Inapp durato un anno e che ha coinvolto 45mila persone. Lavoro che fotografa come il 60% dei dipendenti faccia straordinari, per la maggior parte per carichi eccessivi o mancanza di personale: spia di una necessità strutturale. Oppure per guadagnare di più (18%), o perché non può dire di no (8%). E c’è anche quel 16% di persone che lo fa gratis. Ma, dice la stessa indagine, è solo la punta di un Iceberg.
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Orari "antisociali" di lavoro
Quello che emerge dall’Inapp è anche un mercato del lavoro spaccato in quanto a possibilità di conciliare vita personale e professione. Se negli ultimi mesi abbiamo visto proliferare gli esperimenti di settimana corta (si ragiona di lavorare quattro giorni), acclamato le tecnologie che slegano luoghi e capacità di produrre, ci sono ampie fette di popolazione escluse da tutto ciò.
Lo dimostra quel 21,3% di occupati (4,7 milioni) che dichiara di non potere o non volere prendere permessi per motivi personali. O la montagna di lavoratori (circa la metà degli occupati) che è impegnato in orari «antisociali», ovvero di notte o nei festivi. Per non parlare degli ultimi tra tutti, i 900mila che subiscono loro malgrado contratti a orario ridotto (i part-time involontari) e per di più nelle fasce orarie o nei giorni che il resto del mondo dedica a famiglia, passatempi, affetti.
È vero che per alcuni settori - commercio, ristorazione, ma anche sanità o forze dell’ordine - «il lavoro notturno o nei festivi è connaturato alla prestazione, ma è anche vero che questa modalità sembra diffondersi anche dove non è strettamente necessaria», il commento del presidente Inapp, Sebastiano Fadda.
Ed è altrettanto vero che «nel nostro Paese restano ancora da superare vecchi modelli di organizzazione che incidono pesantemente sui tempi di vita». Se l’equilibrio è sempre più percepito come una componente fondamentale del proprio “pacchetto retributivo”, la frattura tra chi se lo può permettere e chi no - i meno istruiti e impiegati in mansioni più “povere” - apre a nuove diseguaglianze. Difficili da monetizzare ma non per questo meno gravi socialmente.