ROMA - Uno sconto, ancora da quantificare, ma comunque uno sconto. Perché se il conto da pagare resta lo stesso, il rischio è quello di ritrovarsi da maggio con più di 4.500 aziende chiuse e oltre 120 mila posti di lavoro persi. E con gli ospedali senza garze, siringhe, bisturi e pacemaker. Uno scenario che il governo ha congelato fino al 30 aprile, bloccando i pagamenti in capo alle imprese dei dispositivi medici che, in base a quanto prevede il meccanismo del payback, sono chiamate a coprire il 50% dei costi extra sostenuti dalle Regioni per l'acquisto di questi stessi beni. La via d'uscita che sta prendendo forma al ministero dell'Economia è una ripartizione del conto, che ammonta a 2,2 miliardi per il periodo 2015-2018: fino a una certa soglia sarà lo Stato a farsi carico dell'esborso delle aziende, che dunque pagheranno di meno. Le Regioni, che vantano i crediti, saranno rimborsate in parte attraverso un incremento del Fondo sanitario nazionale, ma comunque saranno chiamate a partecipare alla spesa.
Intanto i tecnici del Mef sono al lavoro sulla parte preliminare del decreto payback: una ricognizione con le Regioni sta verificando se le somme richieste alle aziende sono frutto di calcoli corretti e questo perché molte imprese, nei ricorsi al Tar contro i pagamenti, hanno lamentato almeno due questioni. La prima riguarda l'applicazione pratica del payback e cioè l'inserimento nel conto dei dispositivi medici pluriennali, esclusi dalla norma. La seconda ha a che fare con l'Iva: le aziende applicano lo split payment e quindi non sarebbe dovuta; l'esito di un'interlocuzione in corso con l'Agenzia delle Entrate dirà se ci sono i margini per procedere con lo stralcio. Un altro accertamento tira in ballo i servizi legati al dispositivo medico, come la manutenzione di una valvola: anche i costi di questi servizi sono indicati nelle fatture, ma per il governo vanno esclusi dal conto perché il payback riguarda solo il superamento di un tetto relativo al dispositivo medico in sé.
Le imprese pagherebbero in maniera differenziata per tenere conto della dimensione e del volume d'affari. Solo il 5,7% delle oltre 4.500 imprese del settore sono di grandi dimensioni, secondo quanto si evince dagli ultimi dati di Confindustria Dispositivi medici. La stragrande maggioranza, invece, è costituita da piccole e medie imprese. Se il governo apre al rialzo del tetto, a ogni Regione sarà chiesto di indicare la previsione annuale di sforamento mentre le aziende dovranno emettere fatture più lineari, esclusivamente sul costo del dispositivo. L'impegno va ripartito.