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Energia, per sostituire il gas russo raddoppiata la quota di carbone

La centrale a carbone di Civitavecchia 

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Dal gennaio 2022 sale il ricorso ai fossili più inquinanti, compreso l’olio combustibile. Grazie all’inverno mite e al calo della domanda industriale, il prezzo del metano scende sotto i 50 euro al megawattora
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ROMA - Uscire dalla dipendenza del gas russo ha avuto per l’Italia (così come per tutta Europa) un doppio prezzo da pagare. Il primo è stato l’aumento, a livelli record, della bolletta energetica, con le quotazioni della materia prima salite fino a 350 euro al megawattora in estate, contro i 12-15 euro in media del periodo precrisi. Il secondo è stato un prezzo ambientale: archiviare la stagione delle forniture a basso costo da parte del Cremlino ha causato un aumento dell’uso dei fossili destinati alla produzione di energia elettrica. A cominciare dai più inquinanti, in termini di emissioni: l’olio combustibile, ma soprattutto il carbone.

Lo rivelano i dati appena pubblicati dal Gme, il Gestore dei mercati ene…

ROMA - Uscire dalla dipendenza del gas russo ha avuto per l’Italia (così come per tutta Europa) un doppio prezzo da pagare. Il primo è stato l’aumento, a livelli record, della bolletta energetica, con le quotazioni della materia prima salite fino a 350 euro al megawattora in estate, contro i 12-15 euro in media del periodo precrisi. Il secondo è stato un prezzo ambientale: archiviare la stagione delle forniture a basso costo da parte del Cremlino ha causato un aumento dell’uso dei fossili destinati alla produzione di energia elettrica. A cominciare dai più inquinanti, in termini di emissioni: l’olio combustibile, ma soprattutto il carbone.

Lo rivelano i dati appena pubblicati dal Gme, il Gestore dei mercati energetici, società controllata dal ministero dell’Economia: a gennaio, per coprire la domanda di energia in Italia, la quota di carbone utilizzata sul totale dell’energia venduta è stata pari al 12,4%, mentre nello stesso mese del 2022, si era fermata al 6%. Un dato non lontano dai livelli massimi raggiunti dieci anni fa, quando la quota complessiva arrivava al 13%. In sostanza, per compensare le minori quantità di gas importate attraverso il colosso russo Gazprom, il governo ha di fatto dato il via a un maggior utilizzo delle centrali a carbone, alcune delle quali in via di dismissione e comunque destinate e chiudere entro il 2025.

Del resto, lo si vede anche dei numeri del Gme che fotografano quanto accaduto nel corso degli ultimi dodici mesi. La quota di gas naturale bruciato nelle centrali a ciclo combinato è sceso dal 56,6% di un anno fa al 46,1% del mese scorso. Un buco di 10 punti sul totale che solo parzialmente è stato compensato dalle rinnovabili: molto modesto l’incremento dal 31,7 al 32,7%, coperto soprattutto dall’energia eolica (dal 10,2 al 10,8%).

Quanto accaduto trova anche riscontro nei dati dell’Ispra (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale): l’istituto pubblico ha segnalato per il 2022 un incremento delle emissioni di gas serra a livello nazionale dello 0.9% rispetto al 2021, a fronte di un incremento del Pil pari al 2.6%. L’aumento delle emissioni è dovuto, in particolare, alla produzione di energia (3.9%) e ai trasporti (6.2%). Mentre sono calate le emissioni da parte del settore industriale (-5.5%), soprattutto a causa della riduzione nell’uso del gas naturale.

Tornando alle centrali a carbone, l’idea rimane comunque quella azzerarne il contributo entro il 2025, data entro cui le sette centrali ancora attive (cinque di proprietà Enel, una di A2a e una del gruppo Eph) andranno chiuse. Impegno che viene confermato dagli operatori interessati. Ma con tutta probabilità, le centrali a carbone funzioneranno a pieno regime anche per tutto il 2024, l’anno più delicato nei programmi della Ue per la sostituzione completa delle importazioni dalla Russia.

Nei prossimi mesi, dovranno via via aumentare le forniture di Gnl (il gas naturale liquefatto che viaggia via nave), con l’entrata in servizio dei nuovi impianti di rigassificazione in tutta Europa, tra cui quello previsto a Piombino per la metà della prossima primavera. Serviranno per “cancellare” l’ultima quota di importazioni russe (pari al 15-20% del totale). Forniture alternative che dovrebbero arrivare a prezzi più contenuti, visto che le quotazioni sul mercato europeo sono scese sotto i 50 euro al megawattora.

Un inverno con temperature quanto mai sopra i valori abituali, la “distruzione” di domanda da parte del settore industriale, l’aumento delle rinnovabili in Europa e i risparmi nei consumi delle famiglie hanno causato il crollo dei prezzi. Tutto ciò ha portato a un altro risultato favorevole: il livello degli stoccaggi è rimasto nettamente sopra le medie, con un livello di riempimento al 63% nella Ue (64% in Italia), mentre a metà febbraio dovrebbe attestarsi solitamente tra il 30 e il 40%.

E anche questo sta contribuendo a spingere i prezzi al ribasso.