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Il governo vuole sfrondare i 2 mila incentivi alle imprese. Ma non chiama gli industriali

La delega per la revisione degli incentivi sul tavolo del Consiglio dei ministri di giovedì. Confindustria protesta: non siamo stati convocati. Il nodo del riordino con le Regioni
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ROMA - Accorpare, travasare, ma anche tagliare. Un’operazione chirurgica più che sensibile quando di mezzo ci sono gli incentivi alle imprese. Ma il governo ha deciso: è arrivato il momento di fare ordine. Le agevolazioni sono troppe, circa duemila in tutto; soprattutto alcune non funzionano, vanno quindi cancellate. Altre devono essere concentrate sulle due transizioni chiave del Pnrr, digitale e transizione verde. 

Il disegno di legge delega, il primo atto della riforma, è pronto per la riunione del Consiglio dei ministri di giovedì. I giochi si faranno con i decreti legislativi, mentre l’esecutivo, come si legge nella bozza del provvedimento, si è preso fino a due anni di tempo. La partita, però, è già in salita. Gli industriali non ci stanno. Per Confindustria, il governo sta commettendo lo stesso errore fatto con il Superbonus: intervenire senza prima valutare l’impatto delle decisioni e, sopratt…

ROMA - Accorpare, travasare, ma anche tagliare. Un’operazione chirurgica più che sensibile quando di mezzo ci sono gli incentivi alle imprese. Ma il governo ha deciso: è arrivato il momento di fare ordine. Le agevolazioni sono troppe, circa duemila in tutto; soprattutto alcune non funzionano, vanno quindi cancellate. Altre devono essere concentrate sulle due transizioni chiave del Pnrr, digitale e transizione verde. 

Il disegno di legge delega, il primo atto della riforma, è pronto per la riunione del Consiglio dei ministri di giovedì. I giochi si faranno con i decreti legislativi, mentre l’esecutivo, come si legge nella bozza del provvedimento, si è preso fino a due anni di tempo. La partita, però, è già in salita. Gli industriali non ci stanno. Per Confindustria, il governo sta commettendo lo stesso errore fatto con il Superbonus: intervenire senza prima valutare l’impatto delle decisioni e, soprattutto, senza consultare le imprese. Il leader dell’associazione degli industriali Carlo Bonomi consegna un messaggio chiaro a Palazzo Chigi: "Non vorremmo trovarci di nuovo nella stessa situazione e cioè che si fa il disegno di legge e si capisce poi qual è l’impatto sullo stimolo agli investimenti che è fondamentale in questo Paese". 

La contestazione ha come oggetto il metodo adottato per la delega, il timore è che il governo faccia da solo anche quando passerà in rassegna le 1.982 tipologie di incentivi, suddivise tra le 229 nazionali e le 1.753 regionali. Una centrale di sostegno che nel 2021, ultimo anno censito, è arrivata a riservare agevolazioni alle imprese per 25 miliardi, un livello senza precedenti (+165% rispetto al 2020), ma gonfiato dagli aiuti Covid, la seconda voce (4,4 miliardi) dopo gli incentivi per l’efficienza energetica (oltre 10 miliardi). Con un disallineamento rispetto all’erogazione, fermata a 5,8 miliardi. 

Dentro il perimetro degli incentivi c’è di tutto, dal credito d’imposta ricerca e sviluppo fino al patent box, ancora la nuova Sabatini per l’acquisto di macchinari e attrezzature da parte delle piccole e medie imprese. In attesa di capire quali si salveranno e quali, invece, saranno aboliti, il governo fissa i principi generali del riordino. "L’idea - spiega il ministro per le Imprese Adolfo Urso - è adottare un Codice nazionale degli incentivi attraverso una razionalizzazione di quelli esistenti, andando a vedere quelli che non funzionano e magari riducendoli anche di numero". Nel disegno di legge delega, inoltre, si lega la revisione ad alcuni criteri, come la certezza e l’impatto dell’intervento, la digitalizzazione e la coesione sociale, con un particolare riferimento al Sud. 

La stragrande maggioranza delle agevolazioni, però, fa riferimento alle Regioni. E qui le cose si complicano perchè ognuna ha i suoi incentivi, che non corrispondono a quelli delle altre. Il governo vorrebbe uniformarli, ma l’accordo che si punta a raggiungere con gli enti locali deve misurarsi con i contraccolpi del riordino. Alcune Regioni potrebbero risultare penalizzate, altre invece avvantaggiate. Anche per questo si prende tempo con i decreti legislativi. Perché prima bisogna sondare il campo.

 

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