Ecco le comunità energetiche: incentivi a cittadini e imprese per l'autoproduzione da rinnovabili
di Luca Pagni , di Luca PagniROMA - In Italia, al momento, ci sono poco più di una trentina di impianti. Il che pone il nostro paese in fondo alla classifica delle principali nazioni europee. Ma l’ambizione è altra, invertire la tendenza da qui al 2027: grazie ai fondi del Pnrr che mette a disposizione 2,4 miliardi, l’obiettivo del governo Meloni è di arrivare a quota 15 mila.
Stiamo parlando delle “comunità energetiche”: si tratta di gruppi di cittadini, condomini, piccole-medie imprese, cooperative e associazioni che si mettono insieme per produrre energia rinnovabile. In buona sostanza che si dedicano alla produzione di energia “autoprodotta” per condividerla con gli altri partecipanti al progetto. Per chi è interes…
ROMA - In Italia, al momento, ci sono poco più di una trentina di impianti. Il che pone il nostro paese in fondo alla classifica delle principali nazioni europee. Ma l’ambizione è altra, invertire la tendenza da qui al 2027: grazie ai fondi del Pnrr che mette a disposizione 2,4 miliardi, l’obiettivo del governo Meloni è di arrivare a quota 15 mila.
Stiamo parlando delle “comunità energetiche”: si tratta di gruppi di cittadini, condomini, piccole-medie imprese, cooperative e associazioni che si mettono insieme per produrre energia rinnovabile. In buona sostanza che si dedicano alla produzione di energia “autoprodotta” per condividerla con gli altri partecipanti al progetto. Per chi è interessato ci saranno incentivi in tariffa, nonché finanziamenti per buona parte a fondo perduto.
In Italia, le comunità energetiche esistono già; anche se la legge che le ha autorizzate è molto recente, risale al secondo governo a guida Giuseppe Conte. Un provvedimento che — pur apprezzato come primo passo — è stato criticato sia dalle associazioni ambientaliste che dai comuni. I quali hanno indicato come eccessivamente restrittive alcune misure: in particolare, perché consentono la realizzazione di impianti solo con una potenza limitata.
Anche per questo (come si vede nella tabella pubblicata in questa pagina), l’Italia è lontanissima dai numeri degli impianti realizzati dai paesi del Nord Europa, dove si va dai 200 della Svezia ai 1.750 della Germania, nazione che si può considerare pioniera del settore. Ora, grazie ai fondi post-Covid stanziati da Bruxelles, vengono messe a disposizione le risorse nonché un decreto che fissa nuove regole (semplificate) e misure economiche (assai favorevoli) che dovrebbero accelerare la realizzazione degli impianti.
Il decreto è stato anticipato ieri dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che ha annunciato di aver iniziato l’iter di approvazione con la Ue. Ma quali sono i vantaggi concreti? Il primo è l’incentivo in tariffa: è rivolto all’intero territorio nazionale e prevede un risparmio sui costi dell’energia per chi si associa per ricevere elettricità da fonte rinnovabile (fotovoltaica, eolica, idro o biomasse). Il secondo vantaggio è il contributo a fondo perduto. In questo caso è rivolto a chi risiede nei comuni sotto i 5 mila abitanti: chi si associa in una comunità riceverà un rimborso fino al 40% dei costi di realizzazione dell’impianto, a cui potrà sommare anche l’incentivo in tariffa. Nel primo caso la potenza massima degli impianti potrà raggiungere i 5 gigawatt di potenza, nel secondo fino a 2 gigawatt.
«In questo modo — ha spiegato ieri il ministro rispondendo al question time in Parlamento — si dà la possibilità a imprese, famiglie, terzo settore, parrocchie, cooperative di associarsi per produrre e consumare energia da fonte rinnovabile. Il testo, rafforzato e arricchito dalla consultazione pubblica, è uno strumento coerente con il doppio obiettivo di questo governo: la decarbonizzazione entro il 2030 e l’autonomia energetica».