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Gas alle stelle, inflazione al supermercato: le conseguenze economiche della guerra per l'Italia

Il conflitto ha provocato il rialzo record dei costi dell'energia per famiglie e imprese che si è poi ribaltato sui prodotti agricoli e sul carrello della spesa, ma anche nei servizi e nei trasporti
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C’è un termine in voga presso gli analisti finanziari: appiccicosa, in inglese “sticky”. Si riferisce all’inflazione, che è aumentata in modo strutturale e a questo punto, anche se le cause sono state (in parte) risolte, rimane fra di noi e non vuole scendere. Il primo esempio, particolarmente cruciale per l’Italia, è il prezzo del gas, la conseguenza più visibile della guerra in Ucraina: ormai lontano il massimo storico di 346 euro per megawattora segnato il 26 agosto, il valore sul mercato olandese Ttf (Title Transfer Facility) è sceso sotto i 50 euro, lo stesso livello del 22 agosto 2021.

 

Però la discesa della bolletta è più lenta: stando al sito Sos Tariffe, la flessione del prezzo della materia prima è stata dall’inizio di quest’anno del 34,5% però per le bollette di marzo si prevede un calo del 17%, a velocità dimezzata. «È già…

C’è un termine in voga presso gli analisti finanziari: appiccicosa, in inglese “sticky”. Si riferisce all’inflazione, che è aumentata in modo strutturale e a questo punto, anche se le cause sono state (in parte) risolte, rimane fra di noi e non vuole scendere. Il primo esempio, particolarmente cruciale per l’Italia, è il prezzo del gas, la conseguenza più visibile della guerra in Ucraina: ormai lontano il massimo storico di 346 euro per megawattora segnato il 26 agosto, il valore sul mercato olandese Ttf (Title Transfer Facility) è sceso sotto i 50 euro, lo stesso livello del 22 agosto 2021.

 

Però la discesa della bolletta è più lenta: stando al sito Sos Tariffe, la flessione del prezzo della materia prima è stata dall’inizio di quest’anno del 34,5% però per le bollette di marzo si prevede un calo del 17%, a velocità dimezzata. «È già qualcosa se teniamo conto che anche i rialzi non erano stati immediati», puntualizza Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. Il cammino comunque sembra segnato in termini di ridimensionamento dell’allarme gas, «perché – aggiunge Tabarelli - la dipendenza dal gas russo è scesa al 10% dal 40 di inizio 2022. Non solo: il fabbisogno italiano è passato dai 76 miliardi di metri cubi del 2021 ai 69 del 2022, grazie agli sforzi di autocontenimento dei consumi di famiglie e imprese, alla diversificazione delle fonti e dei fornitori e all’inverno mite».

Il guaio dell’inflazione che la rende “sticky”, è che ormai si è allargata con un effetto domino praticamente a qualsiasi bene: nelle fabbriche, nei servizi, nella ristorazione, nei trasporti. L’energia è stata la scintilla iniziale, sulla cui base si sono installati via via tutti gli altri costi di produzione. Il tutto però non è cominciato con la guerra: già nel febbraio 2022, l’inflazione in Italia era del 5,7%, poi salita al 6,5% in marzo e poi salendo fino al picco dell’11,8% in novembre, per poi iniziare una lenta discesa fino al 10% di gennaio. Ora l’Istat calcola che l’inflazione acquisita per il 2023 sia del 5,3%. Eppure per gli otto anni dal 2013 al 2020 l’inflazione si era tenuta a zero o quasi, e per tutti i dieci anni ancora precedenti, dal 2003, era stata intorno al 2% o anche meno. Poi è schizzata al 3,9% nel 2021 sulla spinta della prepotente ripresa post-pandemia.

Compresi tutti gli effetti indotti a partire dalle strozzature nella catena del valore: i famosi ingorghi di centinaia di navi al porto di Shanghai hanno fatto lievitare tutti i prezzi, dai noli marittimi fino ai beni manufatti. In una catena diabolica, i rialzi hanno conosciuto un’ulteriore accelerazione con la guerra. Una sciarada in cui si sono inserite le variabili locali: il superbonus del 110%, per fare un esempio d’attualità, con l’aggiunta dei rialzi all’origine delle materie prime, ha avuto un tale effetto sulla domanda dei prodotti per l’edilizia che – stando all’Ance che cita dati Prometeia - il tondino di ferro è cresciuto nel 2022 del 37% dopo essere già salito l’anno prima del 54%, il bitume del 34% dopo un analogo rialzo nel 2021, il Pvc-polistirene prima del 61 poi del 26% e via dicendo.

Ma dove gli aumenti di quest’anno di guerra bruciano di più è sul carrello della spesa. La Coldiretti calcola che lo zucchero sia cresciuto del 53,7%, gli oli di semi (soprattutto quello di girasole perché i semi sono importati dall’Ucraina) del 46%, il riso del 39,4 (qui c’è anche il fattore siccità), il burro del 39%, le uova del 20. Pane, pasta e cereali vari sono aumentati fra il 10 e il 18% con una punta del 23,5% per il pane confezionato. «Se i prezzi per le famiglie corrono – commenta Ettore Prandini che di Coldiretti è il presidente - l’aumento dei costi colpisce duramente l’intera filiera agroalimentare a partire dalle campagne, dove il 13% delle aziende agricole ha dovuto cessare l’attività, e un terzo del totale si trova costretta in questo momento a lavorare in una condizione di reddito negativo per effetto dei rincari».

Il Crea, centro studi collegato a Coldiretti, indica come soluzione quella di “accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi, nonché prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali e alle speculazioni”.