TORINO - Incentivi auto orientati a sostenere la produzione nazionale. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, lo ripete come un mantra. Il mistero, però, è come possa arrivare ad una misura di sostegno all'acquisto solo per i modelli assemblati in stabilimenti italiani. Norme che andrebbero contro le regole europee e non solo. Urso ha agitato il tema nel giorno in cui ha varato il riordino dei quasi 2 mila bonus esistenti con un codice ad hoc.
Il ministro è tornato sulla questione dei contributi auto durante il question time di ieri. Il tema è caldo, vista la necessità di sostenere le vendite di vetture elettriche, l'ultimo voto dell'europarlamento che mette al bando le auto a benzina e diesel dal 2035 e le richieste degli stessi costruttori. L'ultimo a porre la necessità di rendere più pesanti gli incentivi per i veicoli elettrici è l'amministratore delegato di Stellantis (gruppo partecipato da Exor che controlla Repubblica), Carlos Tavares. E la risposta di Urso arriva il giorno dopo. "I risultati di questi mesi ci dicono che gli incentivi finiscono in misura significativa a Stellantis, con cui abbiamo un rapporto e un confronto in atto, per circa il 40% ma in gran parte per auto realizzate fuori dall'Italia". Come mettere in piedi un sistema che premi le auto costruite in Italia? Il bonus va riconosciuto a tutto il mercato, per non creare disparità, tanto che il 60% del totale finisce a case che non hanno fabbriche in Italia. E il ministro non nega l'impatto positivo generale: "La filiera dell'automotive italiana è così significativa che fornisce anche le case automobilistiche tedesche e di altri Paesi. Per questo è importante il confronto con Stellantis e l'indotto".
Per il ministro le macchine elettriche "sono ancora troppo care" e c'è un ritardo rispetto alle colonnine di ricarica. Sui dossier standard Euro 7 sui motori ed emissioni di C02 per i mezzi pesanti, Urso promette "un confronto serrato con la Ue", mentre sullo stop dal 2035 della vendita di auto a benzina e diesel in Europa, il ministro pensa che nel 2026 con un parlamento e una commissione Ue diversi rispetto a quella attuale se ne potrà ridiscutere.