Che cosa produce l'Ucraina e perché il grano di Kiev è fondamentale
di Eugenio Occorsio , di Eugenio OccorsioKristalina Georgieva, numero uno del Fondo Monetario Internazionale, sembrava lei stessa incredula mentre raccontava ai microfoni della Cnn la sua visita a Kiev del 20 febbraio, nelle stesse ore di quella di Biden. "È una straordinaria manifestazione di resilienza. I negozi e le banche sono aperti, la gente va al lavoro, i servizi funzionano, le agenzie governative raccolgono le tasse e pagano regolarmente i dipendenti. Malgrado le sfide tremende che sono chiamati a superare ogni giorno". Naturalmente il Fmi non sottovaluta l'emergenza, ed è impegnato a coordinare un gigantesco sforzo finanziario, cominciato subito dopo l'attacco russo, per ora per sostenere il Paese e si spera prestissimo per pensare alla ricostruzione.
Kristalina Georgieva, numero uno del Fondo Monetario Internazionale, sembrava lei stessa incredula mentre raccontava ai microfoni della Cnn la sua visita a Kiev del 20 febbraio, nelle stesse ore di quella di Biden. "È una straordinaria manifestazione di resilienza. I negozi e le banche sono aperti, la gente va al lavoro, i servizi funzionano, le agenzie governative raccolgono le tasse e pagano regolarmente i dipendenti. Malgrado le sfide tremende che sono chiamati a superare ogni giorno". Naturalmente il Fmi non sottovaluta l'emergenza, ed è impegnato a coordinare un gigantesco sforzo finanziario, cominciato subito dopo l'attacco russo, per ora per sostenere il Paese e si spera prestissimo per pensare alla ricostruzione.
Per ora il Fondo ha quantificato in 38 miliardi di dollari (su 200 miliardi di Pil del 2021), da raccogliere presso l'intero sistema finanziario mondiale, le esigenze di budget per il 2023. Ed è anche impegnato nella revisione della governance bancaria: oggi ci sono strettissimi limiti sui flussi di capitale, i vincoli di portafoglio e simili, appena sarà possibile occorrerà progressivamente aiutare l'Ucraina a tornare alla normalità anche da questo punto di vista. Senza dimenticare che questo è un Paese che ha sperimentato dalla fine degli anni '90 ad oggi periodi di iperinflazione, di limitato accesso ai mercati finanziari, di semi-fallimento (nel 2014 l'Economist lo metteva sullo stesso livello del Venezuela) e solo recentemente stava vivendo un periodo di relativa stabilità. Era anche riuscito a riprendersi bene dalla pandemia e nel 2021 il Pil era cresciuto del 3,5%. I flussi di denaro provenienti dall'estero, notava la World Bank, assicuravano una crescita dei consumi interni di più del 10% l'anno.
Poi, il disastro. Umanitario e finanziario. Le ultime note del ministero dell'Economia di Kiev, redatte anch'esse in preparazione della visita di Biden, parlano di un crollo del Pil del 30,4% che lo riporterebbe quindi intorno ai 140 miliardi, meno della metà della Lombardia. Secondo l'ufficio di statistica nazionale UkrStat, l'inflazione nel 2022 è stata del 26,6%. Stando ai dati della Banca centrale, i salari nominali sono scesi del 20%, quelli reali del 32. La valuta locale ha perso il 34% sul dollaro e il 26% sull'euro.
Il nodo del grano
In tutto questo, sono riprese con le ben note immense difficoltà le esportazioni di grano e altri cereali dal porto di Odessa. Finora sono riuscite a partire - comunica la Black Sea Grain Initiative dell'Onu - una quarantina di navi per un totale di un milione e mezzo di tonnellate (su 16 milioni contenute nei silos l'estate scorsa) dirette nei vari Paesi africani e mediorentali (da Gibuti al Libano) dove la sopravvivenza dipende letteralmente dal grano ucraino. Stando a una nota appena emessa dall'Istituto per il commercio estero italiano (Ice), che cita ancora la fonte UkrStat, le esportazioni sono diminuite del 33,1% nel 2022 e le importazioni del 24,1%.
Il tesoro delle terre rare
Il "granaio d'Europa" vale il 15% del mercato mondiale del frumento, il 18% di quello del mais, il 19% dell'orzo e ben il 50% dei semi di girasole. Ma non di sola agricoltura è fatto il tesoro dell'Ucraina. Anzi. Proprio il Donbass è un forziere di terre rare, e questa è causa tutt'altro che ultima del conflitto. Dall'area proviene il 70% del gas neon mondiale, materiale ineliminabile dei chip elettronici, e infatti il miglior cliente della Iceblick (con sede legale a Odessa) è l'hi-tech della Silicon Valley.
C'è poi il litio per le batterie delle auto elettriche: Donetsk il gruppo australiano European Lithium aveva appena chiuso un maxi-contratto di estrazione, e la cinese Chengxin stava finalizzando una concessione quando la guerra ha ovviamente rimesso tutto in discussione. Così come l'export di quadro e silice cruciale per l'industria della ceramica soprattutto italiana. Ancora altre terre rare - cobalto, cromo, tantalio, berillio, zirconio, scandio, molibdeno - sono estratte qui e servono per produrre fibre ottiche, catalizzatori, batterie dei cellulari.
Per finire, il Donbass "ospita" il 10% delle riserve mondiali di ferro, il 6% di titanio, il 20% di grafite. Il servizio geologico di Kiev stava approntando un programma per attirare 10 miliardi di investimenti. Le risorse minerarie della zona sono completate da copiose produzioni di carbon coke, che alimentavano l'acciaieria-simbolo della sventurata Mariupol, fondata nel 1837, la più grande d'Europa, gioiello di tecnologia ed efficienza proprio in quanto vicina alle fonti di approvvigionamento energetico e di materie prime e per di più appoggiata a un munitissimo porto in una posizione strategicamente commerciale nel cuore dell'Europa. Ai tempi dell'Urss, Mosca aveva fatto di questo ampio distretto del sud-est ucraino il fiore all'occhiello della sua struttura industriale: ora sta cercando di riprenderselo nel modo più feroce.