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Il cinema senza voci. Lo sciopero a oltranza dei doppiatori italiani

Un'assemblea di protesta dei doppiatori a Roma 

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I professionisti del settore chiedono un aumento delle paghe, ferme al 2008, e più tutele: “Con il moltiplicarsi delle produzioni ritmi folli”
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ROMA - Una settimana di sciopero, fino al 28 febbraio. E se non arrivano risposte ce ne sarà anche un’altra. A fermarsi sono le voci che da quasi cento anni ci rendono familiari i film americani, francesi, di ogni parte del mondo. I volti dei doppiatori sono spesso sconosciuti, tranne nei casi in cui diventino poi noti anche come attori, da Ferruccio Amendola (scomparso nel 2001, voce di Robert De Niro) a Francesco Pannofino (da Denzel Washington a George Clooney), ma le loro voci sono sempre inconfondibili. Tanto che se per qualunque ragione cambia il doppiatore di una star, il pubblico lo vive come un tradimento.

 

Ma adesso i doppiatori incrociano le braccia per una ragione comune a tante a…

ROMA - Una settimana di sciopero, fino al 28 febbraio. E se non arrivano risposte ce ne sarà anche un’altra. A fermarsi sono le voci che da quasi cento anni ci rendono familiari i film americani, francesi, di ogni parte del mondo. I volti dei doppiatori sono spesso sconosciuti, tranne nei casi in cui diventino poi noti anche come attori, da Ferruccio Amendola (scomparso nel 2001, voce di Robert De Niro) a Francesco Pannofino (da Denzel Washington a George Clooney), ma le loro voci sono sempre inconfondibili. Tanto che se per qualunque ragione cambia il doppiatore di una star, il pubblico lo vive come un tradimento.

 

Ma adesso i doppiatori incrociano le braccia per una ragione comune a tante altre migliaia di lavoratori di ogni categoria: chiedono il rinnovo del contratto collettivo, fermo al 2008. Con conseguenze innanzitutto sulle retribuzioni: «Non abbiamo neanche uno straccio di adeguamento Istat», denuncia Alessio Cigliano, doppiatore e direttore di doppiaggio. Ma non solo: rivendicano anche il riconoscimento della propria professionalità. Che «le major conoscono benissimo - assicura -. Hanno fatto dei sondaggi dai quali risulta che l’85% degli spettatori italiani preferisce il doppiaggio alla versione originale sottotitolata».

In questi giorni i doppiatori hanno organizzato assemblee pubbliche e ogni giorno, dalle 15 alle 17, si incontrano su Zoom per discutere delle loro rivendicazioni, che non sono solo economiche, ma anche di tutela della professione. «Non esistono norme che tutelino il lavoro artistico - spiega Daniele Giuliani, presidente di Anad, l’associazione nazionale dei doppiatori -. Noi siamo costretti a firmare contratti con cui cediamo tutti i diritti sull’uso della nostra voce. C’è un collega che ha sentito la sua voce rielaborata dall’intelligenza artificiale in una farmacia al confine con la Svizzera. È un furto: la voce è un dato sensibile, non se ne può fare un uso improprio. Anche oltreoceano gli attori stanno scendendo in campo contro queste storture».

E poi ci sono i ritmi sempre più insostenibili, dettati da un fiorire delle produzioni audiovisive che costringe i doppiatori a correre da uno studio cinematografico all’altro: «Mi capita di percorrere la tangenziale di Roma anche quattro volte al giorno - racconta Cigliano -. Una volta li ho misurati: 170 chilometri, tutti all’interno di Roma». E i professionisti del settore sono anche stufi di lavorare “un tanto al chilo”: tra le richieste c’è anche quella di ridurre la quantità di “righe” all’interno dei turni.

Quello dei doppiatori è un malessere condiviso da tutti i professionisti del mondo dello spettacolo: «Dagli stuntmen agli operatori delle troupe, ci sono contratti scaduti in media da 20 anni - afferma Sabina Di Marco, segretaria nazionale Slc Cgil -. Per non parlare di categorie come quella degli attori del cinema e della televisione che, a differenza di chi lavora nel teatro, non hanno mai avuto alcun contratto. C’è un malessere che è esploso nei mesi del Covid, quando si è fermato tutto. Le organizzazioni datoriali sono inadeguate a gestire il cambiamento, e il ministro della Cultura non ha neanche risposto alla nostra richiesta di convocazione. L’indennità di discontinuità, pensata proprio durante la pandemia per chi lavora nello spettacolo, è ferma, perché mancano i decreti attuativi».