✕

Petrolio, gli Emirati potrebbero uscire dall'Opec+. Poi Abu Dhabi smentisce

Dopo le prime indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal, le quotazioni del greggio sono scese quasi di tre punti percentuali. Salvo poi recuperare a fronte delle precisazioni all'agenzia Bloomberg. Gli Emirati fanno pressioni per aumentare la quota di produzione
2 minuti di lettura

ROMA - Più che una minaccia, è un avvertimento in vista della riunione dell'Opec+ prevista per il prossimo 13 marzo. Secondo indiscrezioni confermate ieri dal Wall Street Journal, gli Emirati Arabi Uniti starebbero "valutando" di uscire dallo storico cartello formato dai maggiori produttori di greggio. Eventualità poi smentita a stretto giro dalle autorità di Abu Dhabi all'agenzia Bloomberg.

Pericolo rientrato? A ben guardare - e interpretando i dietro le quinte del settore petrolifero - si capisce bene come certe indiscrezioni non escano mai per caso. Guidato politicamente dall'Arabia Saudita e allargata da qualche anno alla Russia (due dei tre maggiori produttori al mondo assieme agli Stati Uniti), l'Opec+ si riunisce una volta al mese per fare il punto sulle quote massime di produzione consentite a ciascun paese partecipante all'associazione. In pratica, una scelta di contenimento dell'offerta di petrolio che consente al cartello di orientare le quotazioni sui mercati internazionali, sostenendo i prezzi verso l'alto dopo il crollo avvenuto durante i mesi del lockdown.

Per gli analisti di settore, la lettura di quanto emerso nel giro di poche ore si spiega proprio con i limiti di produzione a cui sono tenuti i paesi Opec+. Gli Emirati, al momento, non possono mettere sul mercato più di 3 milioni di barili al giorno, ma hanno una capacità produttiva che potrebbe arrivare fino a 4 milioni al giorno. Con una serie di progetti già in cantiere - grazie  a una campagna di alleanze con oil company occidentali tra cui anche il gruppo Eni - che porterà la produzione giornaliera fino a 5 milioni di barili entro il 2027.

Cosa significano questi numeri? "In pratica, Abu Dhabi starebbe sta lanciando avvertimenti agli altro compomenti del cartello e in particolare all'Arabia Saudita", spiega Massimo Nicolazzi già manager Eni e poi Gazprom, ora docente di Economia delle fonti energetiche a Torino. "Gli emirati stanno dicendo che potrebbero valutare l'uscita dall'Opec+ nel caso in cui non si dovesse decidere di aumentare le quote di produzione. Tra l'altro, una posizione che sposa le richieste dell'amministrazione Biden che da tempo fa pressioni sul cartello per aumentare la produzione, in modo da raffreddare le spinte inflazionistiche".

Se così fosse, sarebbe il secondo caso di componenti dell'Opec+ che prendono iniziative autonome. Il 10 febbraio scorso la Russia ha annunciato un taglio alla produzione di 500mila barili al giorno, l'equivalente del 5% della produzione nazionale e lo 0,5% di quella mondiale. Lo ha fatto in risposa alle sanzioni occidentali: dal 5 dicembre dell'anno scorso, gli alleati dell'Ucraina (dagli Usa alla Ue, dall'Australia, Canada e Giappone) non comprano più il greggio di Mosca e dal 5 febbraio hanno sospeso anche gli scambi commerciali con i prodotti raffinati.

Il Cremlino, in questo modo, prova a difendere la sua quota di mercato e cerca di mettere in difficoltà le potenze occidentali riducendo il greggio disponibile sul mercato. Oltre a rispondere al tetto al prezzo del greggio che Usa, Ue ed alleati stanno cercando di imporre "politicamente" anche ai paesi che non si sono schierati contro la Russia.

Ora non resta che attendere gli sviluppi della situazione e le decisioni che verranno prese nel prossimo vertoce di metà marzo.