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Rogoff: “Il panico si è già diffuso, altri fallimenti non sono esclusi”

Intervista all'economista di Harvard sul crac di Silicon Valley Bank: "Se lasciamo che chi ha investito nell'hi-tech fallisca troppo facilmente, il colpo inferto alla parte più innovativa dell'economia americana sarà comunque pesante"
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A Kenneth Rogoff, presidente dell’Istituto per l’economia internazionale dell’università di Harvard, Massachusetts, è bastato percorrere poche centinaia di chilometri per rendersi conto della tensione che il crac della Silicon Valley Bank sta provocando: «A New York, dove ho trascorso il weekend, c’è un palpabile senso di panico fra i banchieri e gli industriali con cui ho parlato. E fra i loro avvocati». Il settore bancario nel complesso, spiega Rogoff, è ben capitalizzato, «ma questa crisi è sicuramente gravissima. Per ora non appare sistemica, ma non è sicuro».

Si temono nuovi fallimenti, professore?
«Lo sa cosa fa più paura? Ormai sembra un copione-standard: quando si respira aria di crisi, i detentori del potere politico e finanziario lasciano che una, due o tre banche minori falliscano, così tanto per mitigare il “moral hazard”, sondare il terreno e fa…

A Kenneth Rogoff, presidente dell’Istituto per l’economia internazionale dell’università di Harvard, Massachusetts, è bastato percorrere poche centinaia di chilometri per rendersi conto della tensione che il crac della Silicon Valley Bank sta provocando: «A New York, dove ho trascorso il weekend, c’è un palpabile senso di panico fra i banchieri e gli industriali con cui ho parlato. E fra i loro avvocati». Il settore bancario nel complesso, spiega Rogoff, è ben capitalizzato, «ma questa crisi è sicuramente gravissima. Per ora non appare sistemica, ma non è sicuro».

Si temono nuovi fallimenti, professore?
«Lo sa cosa fa più paura? Ormai sembra un copione-standard: quando si respira aria di crisi, i detentori del potere politico e finanziario lasciano che una, due o tre banche minori falliscano, così tanto per mitigare il “moral hazard”, sondare il terreno e far capire i rischi che si corrono. E poi si interviene a tamponare le ferite, sempre che ciò sia possibile».
 

Janet Yellen ha detto che non ci sarà alcun salvataggio.
«Per ora ci si concentra sui depositanti. Non è chiaro quanti dei 180 miliardi di conti della Svb non fossero assicurati (l’assicurazione presso la Federal deposit insurance corporation è obbligatoria se si vuole avere la licenza bancaria per i conti fino a 250 mila dollari, ndr). Ma tramite altre agenzie pubbliche, cui sono stati trasferiti gli asset e ora cureranno la svendita delle attività, più in là nel tempo anche i conti più consistenti dovrebbero essere rimborsati almeno in una certa quota».

Ci sono rischi di contagio?
«Alla riapertura dei mercati lo sapremo. Un discreto numero di banche è apertamente a rischio: sono regionali ma tutte sommate rappresentano un pericolo. Non preoccupano solo i depositi ma altre attività bancarie, come le lettere di credito che non è facile sostituire rapidamente. L’angoscia è diffusa, anche in altri settori: il mercato degli immobili commerciali, ad esempio, è una bomba a tempo. Il tasso di occupazione è in media sotto i livelli pre-Covid, e l’esposizione è alta: con una domanda scarsa e i tassi in impennata, ci saranno diversi fallimenti con conseguenze anche sul settore finanziario».

C’è poi lo “stigma” sulla Silicon Valley, orgoglio e vanto della tecnologia americana…
«Se lasciamo che chi ha investito nell’hi-tech, che per definizione non ha tempo per aspettare futuri accomodamenti, fallisca troppo facilmente, il colpo inferto alla parte più innovativa dell’economia americana sarà comunque pesante. E non è detto che il danno sia circoscritto al comparto tecnologico».

È tutto dovuto al rialzo dei tassi?
«I rialzi agiscono in due modi sulle banche. Sono una manna perché permettono di alzare i tassi sui prestiti. Ma sono una disgrazia perché le aziende investono meno e il flusso di denaro fresco rallenta. E anche perché il patrimonio in buoni del Tesoro si svaluta, 100 miliardi su 200 di asset nel caso della Svb. Se la banca ha bisogno di ricorrervi, incappa in perdite pesanti: è quanto è successo alla Svb perché appena si è sparsa la voce che era in difficoltà sono piovute richieste di riscatti per 42 miliardi, un quarto del totale, e la banca ha dovuto liquidare in fretta parte del patrimonio. I clienti della banca sono tutti “startupper”, ma l’hi-tech non va bene come il resto dell’economia. Le startup hanno sempre bisogno di liquidità, e sono corse a reclamare i depositi. Ecco il panico, e rapidamente la banca è diventata insolvente».