Berlino — È ancora presto per dire se le autorità americane, che hanno steso un ombrello sui depositi, siano riuscite a scongiurare uno tsunami finanziario. Ma intanto le borse europee sono rimbalzate ieri tutte tra l’1 e il 2% dopo i tonfi di lunedì: secondo Moody’s anche per la maggiore resilienza europea a questo tipo di crolli. «Una differenza essenziale tra il sistema europeo e quello americano, e che limiterà l’impatto (della crisi, ndr), è che le banche europee detengono meno bond e i loro depositi sono più stabili”, ha scritto l’agenzia di rating in una nota.
Sul fronte delle politiche monetaria le “cassandre&rdquo…
Berlino — È ancora presto per dire se le autorità americane, che hanno steso un ombrello sui depositi, siano riuscite a scongiurare uno tsunami finanziario. Ma intanto le borse europee sono rimbalzate ieri tutte tra l’1 e il 2% dopo i tonfi di lunedì: secondo Moody’s anche per la maggiore resilienza europea a questo tipo di crolli. «Una differenza essenziale tra il sistema europeo e quello americano, e che limiterà l’impatto (della crisi, ndr), è che le banche europee detengono meno bond e i loro depositi sono più stabili”, ha scritto l’agenzia di rating in una nota.
Sul fronte delle politiche monetaria le “cassandre” come Diane Swonk, capoeconomista di Kpmg, si sentono confermate nei loro timori. «Abbiamo sempre detto che la cosa che avrebbe frenato la traiettoria rialzista della Fed sarebbe stata una crisi finanziaria. E non è ancora chiaro se sia stata sventata». Alla prossima seduta della Fed, metà degli analisti si attende persino che non accadrà nulla: appena una settimana fa erano spaccati tra chi paventava il rischio di un rialzo di 0,50% e chi scommetteva su 0,25%. Ma alla Bce aumenta la tensione in vista della riunione di domani dove sarà deciso un annunciato aumento del costo del denaro dello 0,50%.
Da mesi, al volante della Banca centrale europea sono tornati i falchi che chiedono insistentemente lunghi scenari di strette e hanno imposto un linguaggio iper aggressivo alla presidente Christine Lagarde. Ma l’infelice risveglio americano sembra dare ragione a Diane Swonk e alle colombe che da tempo mettevano in guardia da decisioni troppo aggressive per i timori di tonfi di liquidità. Del resto non c’era bisogno di aspettare un terremoto sul più importante mercato finanziario del mondo. Nello scorso autunno un collasso simile era stato sventato all’ultimo momento, e al di qua dell’Atlantico: quello dei fondi pensione del Regno Unito.
Esattamente come per la Svb, l’aumento dei tassi e il conseguente calo dei prezzi dei bond che i fondi pensione avevano in pancia aveva scavato una voragine nei bilanci. I prezzi erano crollati per l’infausto annuncio dell’allora premier Liz Truss di un massiccio piano di tagli fiscali. I mercati avevano temuto un’impennata dell’inflazione e un’accelerazione nei rialzi dei tassi, e avevano schiacciato i prezzi dei bond, spingendo sull’orlo del burrone i fondi pensione. La Banca d’Inghilterra era dovuta intervenire con un robusto piano di acquisto dei bond per invertire la tendenza.
Una lezione europea che i falchi, in tutti questi mesi, hanno fatto finta di dimenticare. Le colombe no, e la loro insistenza a procedere con cautela dopo l’ombra di una nuova Lehman, deriva anche dalla consapevolezza che il calo dei prezzi dei titoli governativi può creare altri danni. Pesa anche la “qualità” della regolazione: negli anni dell’amministrazione guidata da Donald Trump, gli Stati Uniti hanno annacquato le regole che imponevano alle banche, dopo la crisi finanziaria del 2008, di costruirsi “cuscinetti” per tutelarsi da eventi disastri e dalle voragini nei bilanci.
La Fed, anche per questa vulnerabilità, sarà costretta a tirare il freno a mano sulla stretta in corso. Mentre alla Bce sarà di nuovo duello tra falchi e colombe. Ma non potrà ignorare la devastante lezione del collasso di Svb.