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Credit Suisse, assist agli evasori, manager spiati e investimenti disastrosi: tutti i guai della banca elvetica

(ansa)
Da 15 anni anni l'istituto svizzero è investito da scandali e crisi. Nel 2014 la maxi multa da 2,4 miliardi negli Usa per avere aiutato i suoi clienti ad evadere il fisco, poi la raffica di avvicendamenti alla guida. Con l'ex presidente Horta-Osorio costretto alle dimissioni per avere violato le regole della quarantena usando l'aereo aziendale. Anche per volare alla finale di Wimbledon
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Ieri, per buona parte della giornata, mentre il titolo di Credit Suisse stava affondando e su whatsapp e sulle reti sociali i soliti inguaribili cinici pubblicavano GIF con le immagini del Titanic, i vertici della grande banca in difficoltà tentavano, invano, di ottenere un sostegno dalla Banca Nazionale Svizzera e dalla Finma, la Consob svizzera. Solo in serata è arrivato un comunicato della banca centrale, nel quale si legge che “Credit Suisse adempie le esigenze di capitale e liquidità per le banche di rilevanza sistemica”. Sempre la Banca Nazionale Svizzera aggiunge che “in caso di emergenza metterà liquidità a disposizione della banca attiva a livello globale”. Ovvero se c’è bisogno ci siamo. Oggi, giovedì, si è appreso che il salvataggio potrebbe costare all’istituto di emissione 50 miliardi di franchi.


Come nel caso di Ubs nel 2008, quando per salvare la banca, intrappolato nella v…

Ieri, per buona parte della giornata, mentre il titolo di Credit Suisse stava affondando e su whatsapp e sulle reti sociali i soliti inguaribili cinici pubblicavano GIF con le immagini del Titanic, i vertici della grande banca in difficoltà tentavano, invano, di ottenere un sostegno dalla Banca Nazionale Svizzera e dalla Finma, la Consob svizzera. Solo in serata è arrivato un comunicato della banca centrale, nel quale si legge che “Credit Suisse adempie le esigenze di capitale e liquidità per le banche di rilevanza sistemica”. Sempre la Banca Nazionale Svizzera aggiunge che “in caso di emergenza metterà liquidità a disposizione della banca attiva a livello globale”. Ovvero se c’è bisogno ci siamo. Oggi, giovedì, si è appreso che il salvataggio potrebbe costare all’istituto di emissione 50 miliardi di franchi.


Come nel caso di Ubs nel 2008, quando per salvare la banca, intrappolato nella voragine dei subprime, la Confederazione cacciò fuori 60 miliardi di franchi. La domanda è se, 15 anni dopo, in Svizzera ci si ritrovi daccapo, con un'altra banca “too big to fail” sull’orlo del baratro. Se non fosse per i 54 mila dipendenti cui dà lavoro, 6 mila dei quali sono già certi di perdere il posto, e per le conseguenze economiche catastrofiche che comportrebbe un suo fallimento, verrebbe da dire che Credit Suisse se l’è cercata. Quantomeno i suoi vertici. Ad esempio nel 2014 ammisero al Dipartimento della Giustizia USA di aver aiutato diversi clienti statunitensi ad evadere il fisco e accettarono di pagare una multa di 2,6 miliardi di dollari.

L’anno successivo il CEO della banca, lo statunitense Brady Dougan, si dimise, per lasciare il posto al banchiere franco-ivoriano, Tidjane Thiam. Il quale, arrivato a Zurigo con un curriculum di tutto rispetto, dovette letteralmente scappare nel 2020, perché protagonista di una vicenda degna di un thriller di John Grisham. Sospettando che il responsabile della gestione patrimoniale, Iqbal Khan, stesse tramando per passare ad Ubs, come poi in realtà accadde, Thiam lo fece pedinare. Khan se ne accorse, mentre era in auto con i figli allertò la polizia, che intervenne nel cuore di Zurigo con un’operazione spettacolare. La vicenda ebbe un epilogo drammatico in quanto uno dei pedinatori si suicidò.

Archiviato Thiame, che in un’intervista successiva alle dimissioni dichiarò di essere stato vittima di atteggiamenti razzisti durante la sua permanenza a Zurigo, al suo posto arrivò uno svizzero doc, Thomas Gottstein. A fargli ombra, soprattutto a creargli grattacapi, ci pensò tuttavia il presidente del CDA, l’anglo-portoghese Antonio Horta Osorio, fatto baronetto da Elisabetta II per la sua brillante gestione di Lloyds Banking. Con le sue credenziali doveva essere l’uomo del rilancio di Credit Suisse, invece fu beccato due volte a violare la quarantena in epoca di Covid, di cui una per assistere alla finale di Wimbledon, oltretutto utilizzando l’aereo aziendale. E anche per lui, in pochi mesi, arrivò il momento di dimettersi.


Anche Gottstein non durò molto e, nel luglio dello scorso anno, venne rimpiazzato dal tedesco Ulrich Körner. A far precipitare la seconda banca svizzera per importanza sull’orlo dell’abisso non è stato, però, solo il tourbillon di manager. Anche la colossale multa per evasione fiscale, pagata negli USA, rientra tutto sommato tra le forche caudine cui sono stati sottoposti altri istituti, da parte dello Zio Sam. No, i killer di Credit Suisse si chiamano Archegos e Greensill. Il primo era un hedge fund, creato dall’imprenditore statunitense di origine coreana Bill Hwang, il cui fallimento è costato 5 miliardi di franchi alla banca svizzera. Greensill era invece una società finanziaria britannica in relazione alla quale Credit Suisse aveva lanciato 4 fondi, in cui diversi suoi clienti hanno investito circa 10 miliardi di dollari. Una volta Greensill finita a gambe all’aria, la banca svizzera ne ha recuperati 7,4 miliardi.

In merito a questa vicenda la Finma ha sancito che “Credit Suisse ha gravemente violato l’obbligo di individuare, limitare e controllare adeguatamente i rischi, sancito dal diritto in materia di vigilanza". Per non farsi mancare nulla arriva, anche, lo “scandalo del tonno in Mozambico”, con la banca che presta un miliardo di dollari a Maputo destinati alla pesca e finiti, invece, in mazzette a notabili locali. Last but not least non manca, nemmeno, una condanna in prima istanza, per il riciclaggio di capitali della droga della mafia bulgara. Fatto sta che la lunga serie di disavventure in cui è incappato il colosso bancario elvetico ha comportato un rosso di 7,3 miliardi di franchi nel 2022, oltre alla perdita di fiducia di molti risparmiatori, che hanno ritirato depositi per 114 miliardi di franchi. Diceva Voltaire che “se vedi un banchiere svizzero saltare dalla finestra vagli dietro. Sicuramente c’è da guadagnare”. Ma, aggiungiamo noi, almeno di questi tempi accertati che non salti da una finestra della sede di Credit Suisse a Paradeplatz, nella city di Zurigo.