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Fuga da Credit Suisse, cosa succede alla banca elvetica? Una crisi già costata 500 miliardi

(reuters)
Il colosso in difficoltà in Borsa nonostante l’intervento dell’istituto nazionale svizzero. Dubbi sulla liquidità. È l’onda lunga del crac Silicon Valley, in soli due giorni ci sono stati deflussi netti per almeno 450 milioni di euro
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Milano - L’onda lunga del collasso della Silicon Valley Bank è costato agli investitori mondiali quasi 500 miliardi di dollari. È il calcolo che ha fatto il Financial Times sul calo complessivo registrato dai titoli delle banche negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone nel corso della settimana appena conclusa. Ma la novità è che potrebbe non essere finita qui. Il problema ora è concentrato sul destino del Credit Suisse, i cui titoli ieri hanno lasciato sul campo un altro 8% incuranti del fatto che la Banca Nazionale Svizzera mercoledì sera aveva messo a disposizione 50 miliardi di franchi di liquidità. La mossa è stata dettata dal fatto che, secondo alcune indiscrezioni di mercato, la differenza tra depositi a breve e attività a breve della banca sia pari a 36 miliardi. Il bazooka da 50 miliardi messo sul tavolo si pensava potesse calmare gli animi e arrestare i deflussi. Che però sembra siano continuati an…

Milano - L’onda lunga del collasso della Silicon Valley Bank è costato agli investitori mondiali quasi 500 miliardi di dollari. È il calcolo che ha fatto il Financial Times sul calo complessivo registrato dai titoli delle banche negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone nel corso della settimana appena conclusa. Ma la novità è che potrebbe non essere finita qui. Il problema ora è concentrato sul destino del Credit Suisse, i cui titoli ieri hanno lasciato sul campo un altro 8% incuranti del fatto che la Banca Nazionale Svizzera mercoledì sera aveva messo a disposizione 50 miliardi di franchi di liquidità. La mossa è stata dettata dal fatto che, secondo alcune indiscrezioni di mercato, la differenza tra depositi a breve e attività a breve della banca sia pari a 36 miliardi. Il bazooka da 50 miliardi messo sul tavolo si pensava potesse calmare gli animi e arrestare i deflussi. Che però sembra siano continuati anche ieri, anche se i numeri precisi li conosce solo la banca centrale e in base ad essi deciderà nel week end se saranno necessari nuovi interventi. "Lo status quo non è più un’opzione", ha scritto il 16 marzo Kian Abouhossein, analista di JPMorgan.


Il nervosismo degli operatori è andato crescendo durante la giornata di ieri man mano che sono trapelate notizie sull’andamento dei flussi finanziari della banca. Morningstar, per esempio, ha fatto sapere che tra il 14 e il 15 marzo il Credit Suisse ha subìto più di 450 milioni di deflussi netti dai suoi fondi in gestione negli Usa e in Europa. Bloomberg ha scritto che grossi clienti asiatici, sia facoltosi privati che aziende, avrebbero chiesto alla banca svizzera di trasformare i loro depositi in più sicuri titoli di Stato. E in serata la Reuters avvertiva che alcune tra le più grandi banche europee, tra cui Deutsche Bank e Société Générale, hanno posto delle restrizioni alle operazioni aventi come controparte il Credit Suisse. Insomma intorno all’istituto elvetico si sta creando il vuoto, già da qualche giorno. Proprio mercoledì scorso, infatti, era stata una mossa di Bnp Paribas a scatenare il ribasso di Borsa, stoppando i rinnovi di contratti derivati nei quali la banca svizzera era coinvolta. Quella decisione aveva fatto impennare il prezzo del Credit default swap, cioé l’assicurazione contro il fallimento del credito della banca. E appena dopo il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire, annunciava un suo incontro con le autorità di Berna, probabilmente perché gli istituti di credito francesi sono tra i più esposti verso il Credit Suisse.


Tutto ciò sta succedendo nonostante il fatto che i parametri patrimoniali dell’istituto guidato da Ulrich Koerner siano a posto e anche il rapporto tra prestiti e depositi indichi un tranquillo 113%, con crediti deteriorati pari solo all’1% del totale. La banca però viene da otto ristrutturazioni nel corso degli ultimi dodici anni, avendo attraversato diversi scandali e perdite dovute a investimenti azzardati. Ma la liquidità per una banca è la linfa vitale e tutti sanno che una banca può fallire solo se essa viene a mancare. Un primo avvertimento pesante su questa voce è arrivato nel corso dell’ultimo trimestre del 2022, quando il bilancio del Credit Suisse ha dovuto registrare un deflusso netto, tra depositi e attività in gestione, pari a 110 miliardi di franchi.

Quindi non c’è da stupirsi se ora gli occhi delle autorità svizzere sono puntati verso quei 133 miliardi di depositi a vista per capire di quanto si siano ridotti negli ultimi due giorni. Se il livello sarà considerato troppo basso è probabile che il governo elvetico decida di intervenire entrando direttamente nel capitale della banca per stabilizzare la situazione. E per dare il tempo di fare un riassetto ordinato magari coinvolgendo la rivale Ubs, che potrebbe rilevare la banca domestica e poi quotarla in Borsa, vendere l’investment banking in perdita e rilanciare l’attività di gestione patrimoniale. Sarà un altro week end di consultazione frenetiche per il mondo bancario.