La settimana che ha fatto tremare le banche
di Giovanni Pons , di Giovanni PonsPer il sistema bancario mondiale quella appena trascorsa è sicuramente stata una settimana di passione. Prima la liquidazione della Silicon Valley Bank e, dopo tre giorni, il crollo del Credit Suisse. Due eventi che hanno fatto emergere un'improvvisa fragilità del sistema bancario, che si pensava risolta con le misure post crisi del 2008. Invece non è proprio così, e non è una cosa dell'altro giorno, i problemi si accumulavano da tempo, come ha detto Corrado Passera in un'intervista a Repubblica. Ora si tratta di capire se le turbolenze sono positive, nel senso che hanno l'effetto di ripulire il mercato da alcune bolle che si erano formate con dieci anni di Quantitative easing; oppure se siamo all'inizio di un fenomeno mai visto prima, fatto di fallimenti bancari a catena che potrebbero mandare in crisi l'intero sistema finanziario mondiale.
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Per il sistema bancario mondiale quella appena trascorsa è sicuramente stata una settimana di passione. Prima la liquidazione della Silicon Valley Bank e, dopo tre giorni, il crollo del Credit Suisse. Due eventi che hanno fatto emergere un'improvvisa fragilità del sistema bancario, che si pensava risolta con le misure post crisi del 2008. Invece non è proprio così, e non è una cosa dell'altro giorno, i problemi si accumulavano da tempo, come ha detto Corrado Passera in un'intervista a Repubblica. Ora si tratta di capire se le turbolenze sono positive, nel senso che hanno l'effetto di ripulire il mercato da alcune bolle che si erano formate con dieci anni di Quantitative easing; oppure se siamo all'inizio di un fenomeno mai visto prima, fatto di fallimenti bancari a catena che potrebbero mandare in crisi l'intero sistema finanziario mondiale.
La "colpa" delle banche centrali
Queste due correnti di pensiero stanno accendendo il dibattito tra economisti, investitori, gestori, uomini di mercato. Su un punto però tutti concordano: i problemi delle banche che si stanno manifestando sono la conseguenza dell'aumento dei tassi di interesse operati dalle banche centrali per combattere l'inflazione. Alcuni sostengono che questi aumenti siano stati tardivi e poi troppo veloci, ma tralasciando questo ulteriore interrogativo c'è sicuramente un elemento da considerare, e cioé che esiste uno sfasamento temporale tra quando si opera la stretta monetaria e quando gli effetti di questa stretta si manifestano sul mercato. E dunque è assai probabile che oggi si stia assistendo agli effetti della repentina uscita dal regime di tassi zero, o negativi, a un regime che oscilla tra il 3,5% in Europa e il 5,5% negli Stati Uniti.
Il più alto costo del denaro ha avuto due effetti sui bilanci delle banche: da una parte ha riportato in vita il margine di interesse, cioé la differenza tra tassi attivi e passivi, voce che si era azzerata nell'era del denaro facile. Dall'altra i maggiori rendimenti delle obbligazioni in portafoglio ha fatto scendere i prezzi, creando sacche di perdite potenziali piuttosto ingenti. Perdite che non è detto che si cristallizzino, perché se quei bond sono classificati nei bilanci nella categoria "held to maturity", possono stare lì fino alla scadenza naturale quando verranno rimborsati al loro valore facciale. Ma cos'è che sta rompendo questo meccanismo? Gli imprevisti sono arrivati dal fronte della raccolta. Il maggior costo del denaro ha reso più difficile drenare soldi sul mercato, la liquidità non è più affluente e generosa come solo un anno fa. E il primo punto dove si è manifestata questa stretta non poteva che essere il settore che più ne ha beneficiato in passato, cioé quello tecnologico e delle start up, soprattutto nell'area californiana della Silicon Valley. È normale che le start up brucino cassa e hanno bisogno della liquidità che i fondi di venture capital riescono a iniettare, se questa si inaridisce ecco che si attinge ai depositi e ai prestiti delle banche per far fronte alle esigenze quotidiane. L'anomalia di cui il mondo ha preso visione nella giornata di giovedì 8 marzo è che esiste una banca, la Silicon Valley Bank appunto, dove questa massa enorme di liquidità veniva depositata in attesa di essere utilizzata. E che improvvisamente si è asciugata.
Gli errori di Svb
Il primo macroscopico errore di Svb è stato quello di avere una concentrazione di clientela che qualsiasi manuale di buona gestione bancaria sconsiglia. In secondo luogo questa liquidità raccolta a breve termine veniva poi reinvestita in obbligazioni e titoli di Stato di lungo periodo, dieci anni e più, in modo da lucrare i rendimenti più alti possibile. Un clamoroso "mismatching" delle scadenze, anch'esso sconsigliato da qualsiasi professore di tecnica bancaria. Così, nel momento in cui start up, venture capitalist e miliardari del fintech, una sorta di club della Silicon Valley, ritiravano i depositi, per farvi fronte la Svb ha dovuto vendere i titoli che aveva all'attivo andando a cristallizzare quelle perdite provocate dal rialzo dei tassi di interesse. E in quel momento il nodo è venuto al pettine: chi aveva già ritirato i soldi, come il famoso Peter Thiel fondatore di Paypal insieme a Elon Musk, ha contribuito a far pensare che la banca era in difficoltà sui rimborsi, innescando una vera e propria corsa allo sportello. L'aumento di capitale necessario a coprire le perdite non è andato a buon fine e il titolo ha cominciato a correre verso lo zero. A quel punto le autorità monetarie hanno congelato l'attivo e chiuso la banca con il dilemma se garantire anche i depositi oltre 250 mila dollari.
Alla fine l'apertura di uno sportello Fed per consegnare i titoli in cambio di liquidità ha permesso di non segnare ulteriori perdite e garantire tutti i depositi. Ma la lezione che quasi tutti ne hanno tratto è di natura regolamentare: come mai nel 2018 Donald Trump, contraddicendo ciò che era stato fatto all'indomani della grande crisi del 2008, ha riallargato i cordoni dei controlli per le banche più piccole, alzando il tetto di quelle "too big to fail" (sistemiche) da 50 a 250 miliardi? L'attivo della Svb era di 210 miliardi, dunque poteva fare cose che in Europa sono assolutamente vietate visto che quel tetto è posto a 10 miliardi e sopra quel livello le banche devono rispettare i vincoli di Basilea 3.
Il traino Credit Suisse
L'intervento della Fed su Svb sembrava aver risolto tutto: dopo il forte rovescio borsistico di lunedì 13, il martedi le Borse sono rimbalzate, dando ragione a coloro che pensavano che questi assestamenti siano funzionali a una crescita più sana. Ma mercoledì la questione si è fatta ancor più spessa. Durante la mattinata un flusso di vendite molto consistente ha colpito le banche europee, trascinate all'ingiù dal Credit Suisse, finito nel mirino per una dichiarazione apparentemente non richiesta da parte del suo principale azionista, la Saudi National Bank, che escludeva di salire oltre il 10% del capitale per motivi regolamentari. Il titolo della banca è crollato del 31% facendo temere il peggio, Fed e Bce hanno chiesto a tutti i banchieri di comunicare l'esposizione verso l'istituto elvetico e la Banca Nazionale Svizzera per contenere il panico ha fornito liquidità pari a 50 miliardi di franchi. Che cosa è accaduto? Nelle ore successive al fallimento della banca californiana molti investitori hanno pensato che i depositi affidati a banche un po' traballanti possano prima o poi rappresentare un problema e quindi hanno cominciato a trasformare i depositi in più sicuri titoli di Stato. Movimento che ha interessato anche il Credit Suisse, che nel corso del 2022 aveva già registrato deflussi di capitali pari a 120 miliardi, e le banche francesi verso cui si sono indirizzati i depositi sono rimaste intasate causando l'impennata del Credit default swap, cioé l'assicurazione contro il rischio di credito della banca.
Quindi il titolo ha cominciato a scendere e si è avvitato sulle dichiarazioni dei sauditi. Ora i due incendi divampati improvvisamente sono stati spenti dal pronto intervento delle autorità monetarie ma rimane l'incertezza per il futuro. Solo un elemento è sempre più chiaro: se le banche centrali proseguono nella lotta dura all'inflazione alzando sempre più i tassi, il rischio di mettere a repentaglio la stabilità finanziaria mondiale sale.