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Saluti alla spending review. Infornata di assunzioni negli staff dei ministeri. Lite nel governo

(agf)
Dalla Giustizia all'Agricoltura, la lista delle chiamate "dirette" è esplosa. Le bozze del decreto per le assunzioni gestite a Palazzo Chigi, il Mef vigila. Ma l'infornata mette a rischio uno degli obiettivi assunti con il Pnrr: la spending review 
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ROMA - Un’infornata di assunzioni, per ingrossare staff e uffici di diretta collaborazione di ministri e viceministri. La destra che si accomoda al governo, prova ad affondare le radici. E così mette a rischio uno degli obiettivi assunti con il Pnrr. Perché risorse non ce ne sono per pagare tutti gli stipendi che i ministri si vorrebbero garantire. A meno di non innestare la retromarcia sulla spending review. E stralciare un impegno assunto con l’Europa lo scorso anno, per incassare la terza tranche di fondi del piano, ancora congelata.

L’impegno sul fronte della spesa pubblica &egrav…

ROMA - Un’infornata di assunzioni, per ingrossare staff e uffici di diretta collaborazione di ministri e viceministri. La destra che si accomoda al governo, prova ad affondare le radici. E così mette a rischio uno degli obiettivi assunti con il Pnrr. Perché risorse non ce ne sono per pagare tutti gli stipendi che i ministri si vorrebbero garantire. A meno di non innestare la retromarcia sulla spending review. E stralciare un impegno assunto con l’Europa lo scorso anno, per incassare la terza tranche di fondi del piano, ancora congelata.

L’impegno sul fronte della spesa pubblica è gravoso: sono 800 milioni soltanto nel 2023, già tagliati a fatica. Più i fondi trovati a copertura dell’ultimo decreto per gli aiuti umanitari all’Ucraina. Ecco perché il ministero dell’Economia vigila. Bisogna evitare che le bozze del decreto Ministeri, gestite direttamente a Palazzo Chigi, si trasformino in un clamoroso autogol, un caso con l’Europa. Il rischio è elevato perché le richieste di assunzioni stanno arrivando da più ministeri, dalla Giustizia all’Agricoltura, in una sorta di rincorsa per non restare esclusi.

C’è chi lamenta di avere gli uffici semivuoti - "colpa della spending review del centrosinistra" - e chi sostiene che serve comunque più personale, anche se gli staff sono al completo. Ragioni diverse, stesso tentativo. Ripetuto, perché il primo assalto è fallito: le assunzioni dovevano entrare nel decreto Pnrr, approvato dal Consiglio dei ministri il 16 febbraio. Ma all’ultimo si è deciso per lo stralcio, scegliendo la prudenza. Evitando così il rischio di forzare la mano con Bruxelles, che già si deve convincere sulla riscrittura della governance del Piano.

Ma le richieste dei ministeri erano state solo congelate, con la promessa di recuperarle all’interno del primo provvedimento utile. L’idea è ora quella di portare un decreto ad hoc alla riunione del Consiglio dei ministri di martedì prossimo, ma i dubbi emersi nel governo stanno facendo vacillare l’ipotesi. 

I contrari sottolineano che le risorse vanno trovate nelle pieghe dei bilanci dei singoli ministeri, senza aumenti di spesa. E ricordano quel che c’è scritto nel Pnrr. Oltre ai risparmi, che devono salire a 1,2 miliardi l’anno prossimo e a 1,5 miliardi nel 2025, c’è il senso dell’impegno con l’Europa sulla revisione della spesa: le somme recuperate devono sostenere le finanze pubbliche e finanziare la riforma fiscale; in ogni caso devono guardare alla crescita. Un circuito virtuoso, all’interno di un contesto economico scivoloso, messo a dura prova dal rialzo dei tassi. Non proprio il momento giusto per un’infornata di assunzioni.

 

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