Rinnovabili, Eni entra tra i leader dell'eolico off shore in Italia
di Luca Pagni , di Luca PagniROMA - L’energia eolica off shore in Italia? Progetti tanti, concentrati soprattutto nel triangolo tra Lazio, Sicilia e Sardegna. Impianti realizzati uno solo, di fronte al porto di Taranto: dopo un iter duranto 14 anni, è stato inaugurato nell’aprile dell’anno scorso solo grazie alla perseveranza dello sviluppatore locale (lo Studio Severini) prima e poi di Renexia, società che fa riferimento alla famiglia Toto.
Ora ci provano Eni, tramite la controllata Plenitude, e Cassa Depositi e Prestiti: assieme hanno dato vita a GreenIt, un veicolo dove la società oil&gas ha il 51% e Cdp il restante 49%. Ieri, sono stati annunciati tre nuovi progetti per un totale di 2 gigawatt d…
ROMA - L’energia eolica off shore in Italia? Progetti tanti, concentrati soprattutto nel triangolo tra Lazio, Sicilia e Sardegna. Impianti realizzati uno solo, di fronte al porto di Taranto: dopo un iter duranto 14 anni, è stato inaugurato nell’aprile dell’anno scorso solo grazie alla perseveranza dello sviluppatore locale (lo Studio Severini) prima e poi di Renexia, società che fa riferimento alla famiglia Toto.
Ora ci provano Eni, tramite la controllata Plenitude, e Cassa Depositi e Prestiti: assieme hanno dato vita a GreenIt, un veicolo dove la società oil&gas ha il 51% e Cdp il restante 49%. Ieri, sono stati annunciati tre nuovi progetti per un totale di 2 gigawatt di potenza installata, uno al largo di Civitavecchia, gli altri due di fronte alla coste di Olbia (a cui partecipa anhe la società specilizzata danese Copenhagen Infrastructure Partners), che portano a 3 gigawatt i progetti in pipeline di GreenIt.
In questo modo, diventano una cinquantina i progetti che hanno giù iniziato — o lo faranno a breve — l’iter per la costruzione di “centrali” eoliche off shore. Si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi di impianti “galleggianti”. Di che cosa si tratta? L’eolico galleggiante rappresenta la nuova frontiera dell’energia dal vento: le piattaforme su cui poggiamo torre, turbina e pale non sono “piantate” sul fondo del mare, ma sono ancorate. Questo permette di realizzare impianti dove il mare è più profondo anche non lontano dalle coste, ma dove maggiore è la forza del vento. Il che è fondamentale per i progetti nel Mediterraneo, dove le profondità sono più elevate rispetto, per esempio, al Mar Baltico e al Mare del Nord, ma bisogna andare al largo per intercettare le correnti d’aria più forti.
Nonostante questo, l’oelico off shore in Italia sta ancora a secco. Come si vede dai dati di WindEurope (l’associazione di categoria a livello continentale) rileva come nel 2022, nel nostro paese sono entrati in servizio solo 30 megawatt di potenza (quelli di Taranto), contro i 1.179 della Gran Bretagna, i 480 della Francia, i 369 dell’Olanda e i 342 della Germania. E difficilmente la situazione cambierà nel corso del 2023.
Ora bisognerà vedere come l’ingresso di due “colossi” come Eni e Cdp — società a controllo pubblico — riuscirà a dare una spinta al settore. Il quale lamenta ancora una forte resistenza degli enti locali, in particolare delle Regioni (vedi su tutte la Sardegna), e un iter bucrocratico che nonostante l’intervento degli ultimi due governi risulta ancora farraginoso.