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“Crisi di fiducia irrazionale, nessuna banca può stare tranquilla”

 
Intervista all'economista Barry Eichengreen, docente di Berkeley e già consulente del Fondo monetario internazionale dopo il PhD a Yale
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«La vicenda di Deutsche Bank mi sembra affascinante». In che senso, giornalistico, antropologico? «Il crollo in Borsa è avvenuto in assenza di qualsiasi nuova notizia. È come se gli investitori si fossero svegliati percorsi da una scossa: vendete tutti Deutsche Bank, per carità». Barry Eichengreen, economista di Berkeley di lunga esperienza, già consulente del Fmi dopo il PhD a Yale, a chiusura di questa sofferta settimana e di fronte al terzo week end di passione per autorità di regolazione e analisti finanziari, cerca il bandolo della matassa.

Anche il Financial Times definisce “accettabili” tutti i parametri finanziari di Deutsche Bank. Allora, come dobbiamo interpretare quello che è successo?
«Con una crisi di fiducia generalizzata e irrazionale verso le banche. A questo punto nessuna può dirsi tranquilla. Certo, ci sono quelle che corrono più rischi a partire dalle americane, ma non…

«La vicenda di Deutsche Bank mi sembra affascinante». In che senso, giornalistico, antropologico? «Il crollo in Borsa è avvenuto in assenza di qualsiasi nuova notizia. È come se gli investitori si fossero svegliati percorsi da una scossa: vendete tutti Deutsche Bank, per carità». Barry Eichengreen, economista di Berkeley di lunga esperienza, già consulente del Fmi dopo il PhD a Yale, a chiusura di questa sofferta settimana e di fronte al terzo week end di passione per autorità di regolazione e analisti finanziari, cerca il bandolo della matassa.

Anche il Financial Times definisce “accettabili” tutti i parametri finanziari di Deutsche Bank. Allora, come dobbiamo interpretare quello che è successo?
«Con una crisi di fiducia generalizzata e irrazionale verso le banche. A questo punto nessuna può dirsi tranquilla. Certo, ci sono quelle che corrono più rischi a partire dalle americane, ma non solo quelle, che hanno ancora importanti investimenti in essere in Treasury bond non opportunamente “coperti” e quindi equivalenti a perdite latenti. A ciò si aggiungano le carenze di vigilanza e di management. Ripeto, il problema non riguarda solo le banche americane, come si è visto ieri. È come un giallo di Agatha Christie: quando una nuova crisi scoppierà, sarà caccia aperta al colpevole. I soliti sospetti sono tanti: i manager, i controllori, le agenzie di rating».

Ma ci sono similarità fra i casi Credit Suisse e Deutsche Bank?
«Risalgono tutte al passato. Anche l’istituto tedesco ha avuto problemi di cattiva gestione, di squilibri fra attivo e passivo di bilancio, di maldestri investimenti che hanno portato a problemi di capitalizzazione e liquidità: però è tutta roba superata, che sembra ora - a un’analisi anche attenta - risolta. È questo che è affascinante, diciamo sorprendente: vedere i trader speculare contro una banca basandosi su affinità così superficiali, come se non vivessero nella realtà».

Però diceva che i problemi di controlli e di solidità esistono.
«Beh, certo. La perfezione in un periodo di così forti tensioni è impossibile. Adesso si aggiunge questa crisi generalizzata di fiducia».


Tutto questo spiazza ulteriormente le banche centrali, che per il momento continuano la loro stretta. Fanno bene?
«La Fed ha fatto benissimo ad alzare i tassi questa settimana, sia pure del minimo: era in gioco la sua affidabilità e la credibilità nella campagna contro l’inflazione, che fra tutti i mali è visto come il peggiore. Per la Bce, stesso discorso, solo che mi sarei limitato anche in questo caso a un rialzo di un quarto anziché di mezzo punto. Lo 0,50 in un momento del genere è esagerato per i mercati (“overkill”, usa questo termine, ndr). Finora l’Eurotower aveva reagito bene alle avversità: ora troppa durezza può minacciare la forza delle economie già duramente provate. Il pericolo di recessione si fa più significativo».