Banche, dopo il Credit Suisse è gelo sui bond subordinati. E il problema diventano i costi di rifinanziamento
di Vittoria Puledda , di Vittoria PuleddaGli gnomi della finanza, di questi tempi, è meglio lasciarli stare. Ma per molti trading desk in giro per l'Europa il 18-19 marzo è stato un week end di lavoro: a memoria di tanti, è la prima volta che succede dopo i giorni della Lehman.
L'azzeramento dei 17 miliardi di dollari degli At1 del Credit Suisse ha confermato che era meglio farsi trovare preparati, alla riapertura dei mercati. I quali, coerentemente con i timori, hanno aperto lunedì scorso con un tonfo di circa 200 punti base sui bond subordinati; recuperato per oltre la metà nel corso della settimana. In alcuni casi, anzi, i valori si sono riportati quasi a ridosso di quelli della vigilia. In altri, invece, le ferite si vedono eccome. L'indice degli At1 in dollari, con base 100 nel 2014, il 6 marzo scorso era a quota 166, una settimana prima del drammatico campanello d'allarme di Svb. Il 20 marzo, il giorno della debacle dei bond subordinati del Credit Suisse, è pio…
Gli gnomi della finanza, di questi tempi, è meglio lasciarli stare. Ma per molti trading desk in giro per l'Europa il 18-19 marzo è stato un week end di lavoro: a memoria di tanti, è la prima volta che succede dopo i giorni della Lehman.
L'azzeramento dei 17 miliardi di dollari degli At1 del Credit Suisse ha confermato che era meglio farsi trovare preparati, alla riapertura dei mercati. I quali, coerentemente con i timori, hanno aperto lunedì scorso con un tonfo di circa 200 punti base sui bond subordinati; recuperato per oltre la metà nel corso della settimana. In alcuni casi, anzi, i valori si sono riportati quasi a ridosso di quelli della vigilia. In altri, invece, le ferite si vedono eccome. L'indice degli At1 in dollari, con base 100 nel 2014, il 6 marzo scorso era a quota 166, una settimana prima del drammatico campanello d'allarme di Svb. Il 20 marzo, il giorno della debacle dei bond subordinati del Credit Suisse, è piombato a 134 e ora si è riportato sopra 140. Altri indici di singole banche (anche italiane) sono tornate al punto di partenza e così è successo per molti subordinati corporate (ad esempio Enel è persino un po' sopra) che però in questa fase vengono parametrati con un'altra scala (di rischio).
Le opinioni
"Quello che ora mi aspetto è che ci sia una rotazione di settori da parte degli investitori, con il passaggio dagli At1 ad altri subordinati non bancari - sostiene Andrea Seminara, ceo di Redhedge asset management, con base a Londra - probabilmente sarà il momento degli hybrid corporate (le obbligazioni subordinate societarie, ndr) perché il settore bancario fa paura".
Ben più tranquillizzante Davide Serra, fondatore e ceo di Algebris investments, che a botta calda ha subito parlato di "errore politico molto spiacevole" da parte delle autorità eleventiche, aggiungendo: "Non pensiamo che ci sarà un impatto strutturale a lungo termine sugli At1 in Europa, al di fuori della Svizzera. Tra l'altro, le autorità britanniche si sono unite a quelle dell'europeo Single resolution board e dell'Eba nel confermare che la gerarchia degli strumenti deputati ad assorbire eventuali perdite parte dalle azioni. L'elenco previsto dalla direttiva sulle Risoluzioni bancarie vede infatti al primo posto aggredire gli strumenti del Cet1 (dunque le azioni) seguite dagli At1, dai Tier2, dagli altri titoli subordinati e solo alla fine dai depositi della clientela.
I bond che si possono "richiamare"
Tutto tranquillo, allora? Non è detto. L'indice Blomberg per i Cococo Tier1 europei ("cugini" degli At1) mostra che il rendimento medio di questi titoli alla fine della settimana scorsa era intorno al 12%, cioè tre punti percentuali meno del 20 marzo (all'acme della crisi svizzera) ma anche tre punti percentuali più in alto di inizio marzo, prima che tutto avesse inizio. Non solo: una banca tedesca di medie dimensioni, la Pbb (specializzata nel settore dei servizi immobiliari) ha annunciato che non rimborserà anticipatamente un suo bond. Questi tipi particolari di obbligazioni, cosiddette callable, a scadenze prefissate possono essere rimborsate dall'emittente, cosa che generalmente succede, o in alternativa lasciate in circolazione, ma pagando una cedola di solito più alta. Un'altra banca regionale, la Aareal, ha detto di non aver ancora preso una decisione sul suo bond.
Al di là dei singoli casi (e delle singole motivazioni), la scelta di non richiamare un bond porta a pensare che la banca tema di dover pagare ancora di più (della nuova cedola) per rifinanziare il debito. Non a caso Ubs ha lanciato un buy back su due sue obbligazioni, proprio per dare un segnale di fiducia al mercato. E la percezione di molti è che il credito subordinato possa diventare più costoso; in particolare quello bancario.
Le scelte delle italiane
E gli istituti di credito italiane? Secondo le rielaborazioni di Intermonte, Unicredit, Intesa, Banco Bpm e Fineco hanno emesso Bond con opzione callable (quindi richiamabili) per un totale di circa 15,2 miliardi (di cui 7,2 miliardi fanno capo a Intesa). Di questi, il primo richiamabile è il bond di Unicredit, che la cui opzione scade il 3 giugno prossimo; quattro (uno a testa) sono richiamabili nel 2024 (il primo, a maggio, è quello di Intesa) mentre altri otto hanno l'opzione nel 2025. Le cedole al momento dell'emissione sono le più varie, anche in corrispondenza del momento in cui sono stati collocati. La prima a dover scegliere è Unicredit, che ha un bond con cedola corrente pari al 6,63%.
Aggiornamento del 26 marzo - In una prima versione di questo pezzo si riportava che le obbligazioni Additional Tier1 di Intesa Sanpaolo sul mercato erano paria a "quasi 10 miliardi" di euro, quando invece sono di 7,2 miliardi.