Credit Suisse, il pericolo viene dagli Usa: pronta la class action per i bond azzerati
di Franco Zantonelli , di Franco ZantonelliLUGANO - Per Credit Suisse, salvato dal fallimento domenica 19 marzo grazie all'acquisizione da parte di UBS, a fronte di una garanzia di 100 miliardi di franchi della Banca Nazionale Svizzera, i guai non fniscono mai. Questa volta arrivano da Los Angeles, dove ha sede Emanuel Urquart & Sullivan, ritenuto il più grande studio legale del pianeta.
Nel mirino della legione di avvocati che vi lavorano c'è la decisione della Finma, il gendarme svizzero dei mercati, di azzerare i 16 miliardi di franchi in obbligazioni At1, depositate presso Credit Suisse e diventate, da lunedì scorso, carta straccia. Come ha rivelato il quotidiano Tages Anzeiger di Zurigo, lo studio californiano intende promuovere una class action, ovvero una causa collettiva, contro le autorità svizzere, per aver privilegiato le azioni rispetto alle obbligazioni At1. Che vennero coniate quale misura tampone dopo la crisi finanziaria del 2008, allorché le banche rischiavano il…
LUGANO - Per Credit Suisse, salvato dal fallimento domenica 19 marzo grazie all'acquisizione da parte di UBS, a fronte di una garanzia di 100 miliardi di franchi della Banca Nazionale Svizzera, i guai non fniscono mai. Questa volta arrivano da Los Angeles, dove ha sede Emanuel Urquart & Sullivan, ritenuto il più grande studio legale del pianeta.
Nel mirino della legione di avvocati che vi lavorano c'è la decisione della Finma, il gendarme svizzero dei mercati, di azzerare i 16 miliardi di franchi in obbligazioni At1, depositate presso Credit Suisse e diventate, da lunedì scorso, carta straccia. Come ha rivelato il quotidiano Tages Anzeiger di Zurigo, lo studio californiano intende promuovere una class action, ovvero una causa collettiva, contro le autorità svizzere, per aver privilegiato le azioni rispetto alle obbligazioni At1. Che vennero coniate quale misura tampone dopo la crisi finanziaria del 2008, allorché le banche rischiavano il fallimento.
La Finma, invece, ha ribaltato i termini della questione, si sospetta di fronte all'ira dei principali azionisti di Credit Suisse, sauditi e qatarioti, che temevano di perdere i loro investimenti miliardari nella banca a due passi dal crack. Una decisione, quella adottata il 19 marzo, che ha sollevato, pure, le perplessità della Commissione della gestione del Consiglio degli Stati, equivalente svizzero del Senato. I parlamentari che la compongono si sono trovati d'accordo nel chiedere al Governo di spiegare la liceità delle misure adottate e perché, per prenderle, sia stato invocato il diritto di necessità.
La maggioranza contro la fusione con UBs
Intanto, stando a un sondaggio realizzato a cura di SSR, l'ente radio televisivo pubblico elvetico, il 54% degli interpellati si dice contrario all'assorbimento di Credit Suisse da parte di Ubs. La maggioranza dei contrari avrebbe preferito che l'istituto, sull'orlo del fallimento, fosse stato salvato dallo Stato. "Per la finanza internazionale la Svizzera è morta", il lapidario giudizio, espresso al quotidiano Blick dal 79 enne Oswald Grübel, che fu ceo di Ubs dal 2009 al 2011. Un'affermazione forte che, tuttavia, viene in qualche modo avallata dalla rincorsa agli uomini migliori di Credit Suisse, da parte dei "cacciatori di teste" ingaggiati dai più importanti istituti del pianeta.
I sospetti sui favori agli oligarchi di Putin
Mentre, sempre dagli Stati Uniti, oltre alla class action dello studio Emanuel Urquart & Sullivan di Los Angeles, arrivano i sospetti del Dipartimento di Giustizia, rivolti a Credit Suisse e Ubs, di aver agevolato, nonostante le sanzioni internazionali, oligarchi russi appartenenti all'entourage di Putin. Secondo Bloomberg diversi funzionari delle due banche dovrebbero venire sentiti dagli inquirenti Usa. La questione dei miliardi degli oligarchi è, da tempo, una spina nel fianco di Berna, anche perché la Confederazione ha sequestrato solo 7,5 miliardi dei circa 200 accantonati nei forzieri elvetici dai ricchissimi imprenditori russi. Insomma, se non è "morta" come afferma Oswald Grübel, la Svizzera sta, sicuramente, poco bene e la brutta fine di Credit Suisse ne ha accentuato il malessere. Eurofobica, a fianco dell'Ucraina ma indisponibile, per via della neutralità, a fornire armi e munizioni agli alleati di Kiev, è sempre più guardata con un misto di sospetto e fastidio dagli altri paesi europei. Da un invidiato splendido isolamento rischia di ritrovarsi con il cappello in mano, a invocare la benevolenza altrui.