“Senza l'aiuto dei migranti nelle Langhe invece del Barolo venderemmo zolle di terra”
di Maurizio Crosetti , di Maurizio CrosettiTORINO - Tra i patriarchi del Barolo di Langa, Bruno Ceretto ingaggia contadini stranieri da quarant'anni e non ha alcuna intenzione di smettere.
Cosa accadrebbe se questa manodopera non ci fosse?
"Venderemmo zolle, non vino. La nostra terra si fermerebbe di colpo. I lavoratori che vengono dall'estero sono indispensabili, e non sono quasi più gli stagionali che arrivavano a marzo e ripartivano a ottobre, faticando e arrangiandosi. Quasi tutti si sono fermati qui".
Dove alloggiano?
"Abbiamo risistemato cascine dove gli italiani non volevano nemmeno più entrare, abbiamo portato luce, riscaldamento e acqua corrente in cambio di affitti molto bassi. Così siamo contenti noi e sono contenti loro".
Quanti stranieri lavorano nelle vostre vigne?
"Almeno una quarantina di rumeni, ma ora c'è chi arriva dal Bangladesh e per la prima volta abbiamo ingaggiato due senegalesi, i primi contadini di colore da queste parti. Ma sono sicuro …
TORINO - Tra i patriarchi del Barolo di Langa, Bruno Ceretto ingaggia contadini stranieri da quarant'anni e non ha alcuna intenzione di smettere.
Cosa accadrebbe se questa manodopera non ci fosse?
"Venderemmo zolle, non vino. La nostra terra si fermerebbe di colpo. I lavoratori che vengono dall'estero sono indispensabili, e non sono quasi più gli stagionali che arrivavano a marzo e ripartivano a ottobre, faticando e arrangiandosi. Quasi tutti si sono fermati qui".
Dove alloggiano?
"Abbiamo risistemato cascine dove gli italiani non volevano nemmeno più entrare, abbiamo portato luce, riscaldamento e acqua corrente in cambio di affitti molto bassi. Così siamo contenti noi e sono contenti loro".
Quanti stranieri lavorano nelle vostre vigne?
"Almeno una quarantina di rumeni, ma ora c'è chi arriva dal Bangladesh e per la prima volta abbiamo ingaggiato due senegalesi, i primi contadini di colore da queste parti. Ma sono sicuro che tra vent'anni saranno la maggioranza".
Come vivono queste persone?
"Hanno portato le famiglie, mandano i figli a scuola e spero che alcuni di questi ragazzi, un giorno, possano continuare a lavorare con noi. C'è chi, da bracciante, è diventato capo squadra. Ogni dieci lavoratori stranieri abbiamo un diplomato della scuola enologica che li segue e li addestra. Ormai si tratta di un tessuto sociale consolidato".
Si mantengono legami con i paesi di origine?
"Assolutamente sì. Molti rumeni comprano la casa e la terra dove sono nati, magari per genitori e parenti. Uno dei nostri, Alin, ha tre ettari di terreno a 60 chilometri da Bucarest e coltiva prugne: in questo weekend è volato in Romania con 19 euro per seguire la potatura, ha preso un giorno di ferie ed è contento. I suoi parenti venderanno la frutta al mercato".
Che tipo di relazione esiste tra italiani e stranieri di vigna? I piemontesi non sono le persone più aperte del mondo...
"Io vedo una bellissima integrazione nella maggior parte dei casi. I nostri nuovi contadini hanno pure cominciato a mangiare e bere alla langarola: io stesso produco vino anche per loro nelle confezioni da 5 litri, bianco e rosso. Mi piace molto parlare con queste persone, farmi raccontare delle loro famiglie, delle loro vite. A volte mi invitano ai battesimi e alle cresime dei loro figli, e io non vedo l'ora di andarci".
Pensa che 82 mila lavoratori stranieri ingaggiati nel "click day" possano bastare?
"Ne servirebbero almeno cinque volte di più. Sorrido se qualcuno parla di sfruttamento: la campagna resta faticosa, però ormai abbiamo trattori climatizzati e forbici elettriche per tagliare la vite, non è davvero più il tempo della Malora, per fortuna. Il lavoro manuale resta una benedizione quando si allea con la tecnologia. Tradizione, competenze, amore e futuro: oggi la terra si coltiva così, oggi il vino si fa così".
Qualcuno tra questi contadini venuti da lontano riesce a cambiare vita?
"Un esempio per tutti: il secondo cuoco del nostro ristorante "La piola", nel centro di Alba, viene dal Bangladesh. Gran lavoratore, serio, scrupoloso, pieno di voglia di fare e di imparare. E sono in tanti come lui. Gli ho chiesto se non gli piacerebbe aprire un ristorante al suo paese, dove torna ogni due anni per far vedere i suoi figli ai nonni. Mi ha risposto con un sorriso".