Infrastrutture, l’ultima sfida dell’India. Tra i due litiganti (Usa e Cina), Modi vuole approfittarne
di Filippo Santelli , di Filippo SantelliL'India ha un sogno: prendere il posto della Cina. Sono le grandi forze della geopolitica - quelle che stanno fratturando le catene produttive globali - ad alimentarne le speranze. Con Washington e Pechino in rotta di collisione, le multinazionali sanno di non poter più concentrare tutta la produzione in Cina, se non vogliono essere esposte a conflitti, boicottaggi, ingorghi di merci o alle involute decisioni di un regime sempre più autoritario. In gergo si chiama "China Plus One", o "C+1": è partita la caccia a nuovi territori "amici" (friendshoring) dove spostare almeno una parte degli stabilimenti e l'India - con forza lavoro a basso costo, la diffusione dell'inglese e la neutralità internazionale - appare naturale candidata al ruolo di "+1". Apple, il cui iPhone è l'oggetto simbolo dei destini della globalizzazione, è stata la prima a piantare bandierina: se fino a oggi il 95% degli s…
L'India ha un sogno: prendere il posto della Cina. Sono le grandi forze della geopolitica - quelle che stanno fratturando le catene produttive globali - ad alimentarne le speranze. Con Washington e Pechino in rotta di collisione, le multinazionali sanno di non poter più concentrare tutta la produzione in Cina, se non vogliono essere esposte a conflitti, boicottaggi, ingorghi di merci o alle involute decisioni di un regime sempre più autoritario. In gergo si chiama "China Plus One", o "C+1": è partita la caccia a nuovi territori "amici" (friendshoring) dove spostare almeno una parte degli stabilimenti e l'India - con forza lavoro a basso costo, la diffusione dell'inglese e la neutralità internazionale - appare naturale candidata al ruolo di "+1". Apple, il cui iPhone è l'oggetto simbolo dei destini della globalizzazione, è stata la prima a piantare bandierina: se fino a oggi il 95% degli smarphone erano assemblati in Cina, l'obiettivo è spostare in India un quarto delle produzione entro il 2025, e metà entro il 2030. Dopo la mossa della Mela - che si porta dietro la taiwanese Foxconn, suo assemblatore di fiducia - si capisce perché l'Economist abbia celebrato "Il momento dell'India". Ma ce la farà Delhi a cogliere l'occasione? A diventare la nuova fabbrica del mondo? Le risposte, per ora, oscillano tra il dubbioso e il negativo.
Le persone e le cose
A corroborare le ambizioni del gigante asiatico sono le ultime proiezioni del Fondo monetario: l'anno scorso l'India è cresciuta ben più della Cina - 7% contro 3 - , e il trend dovrebbe continuare anche quest'anno (6,1 contro 5,2) e il prossimo (6,8 contro 4,5). A questo sorpasso se ne è aggiunto un secondo storico, quello come Paese più popoloso al mondo: la Cina ha iniziato il suo brusco declino, l'India ha di fronte altri anni di dividendo demografico. Intanto il presidente Narendra Modi prova a recuperare un ritardo evidente sul rivale comunista: le infrastrutture. Da tempo in Cina persone e merci sfrecciano ad alta velocità, grazie a binari e moli con cui il Partito ha costruito il miracolo del Dragone; in India si viaggia spesso ancora a carbone. Due anni fa Modi ha lanciato il piano Gati Shakti, "la forza della velocità", piattaforma per realizzare un sistema di ferrovie, aeroporti, strade e porti che connetta ai flussi globali le grandi aree industriali. Finora le competenze erano divise tra oltre dieci ministeri, Stati e autorità locali, con tempi e i costi che lievitavano.
Fermarsi agli ultimi dati però rischia di far dimenticare quanto sia rimasta indietro l'India nella traiettoria di sviluppo. Se all'inizio degli anni '90 i giganti d'Asia erano appaiati, oggi il Pil della Cina vale 18 mila miliardi di dollari, sei volte quello indiano. E mentre gli investimenti cinesi muovono il 43% del Pil, Delhi resta sotto al 30. Si rischia anche di dimenticare che è dal lontano 2014, quando è arrivato al potere, che Modi cerca di far crescere il peso dell'industria dal 15 al 25% del valore aggiunto. Senza successo: oggi resta sotto il 20. "L'India rimpiazzerà la Cina? L'argomento è molto prematuro, per ora è un'economia molto più piccola", ha detto Raghuram Rajan, ex capo della Banca centrale. Dietro ai numeri, c'è la sostanza di un Paese che fatica a far crescere qualità ed efficienza della manifattura, come dimostrano le prime frustrazioni di Apple con i fornitori: metà delle scocche avevano troppi difetti per essere degne di un iPhone.
Le ambiguità di Modi
Insomma, se l'India ha punte di eccellenza, per esempio un sistema di pagamenti digitali da far invidia ai Paesi avanzati, se la sua diaspora di super ingegneri potrebbe rivelarsi una risorsa, la storia degli ultimi dieci anni racconta di una crescita lontanissima dal potenziale. E il pessimismo di molti analisti sul futuro, espresso per esempio su Foreign Affairs dall'economista Arvind Subramanian, deriva dal fatto che i fattori che più scoraggiano gli investimenti, interni e internazionali, come l'incertezza delle regole, gli arbìtri della burocrazia e la scarsa qualità delle decisioni politiche, sono radicati nel sistema: "Bug del software". I grandi dubbi riguardano la capacità di Modi di governare un Subcontinente fratturato, diseguale e piano di forze centripete, e di farlo con il pragmatismo di un Deng Xiaoping, per citare l'architetto dell'apertura cinese. Significa replicare il tappeto rosso di incentivi e corsie preferenziali - la "velocità cinese" - steso dal Dragone di fronte agli investimenti delle multinazionali occidentali.
Qualche segnale sta arrivando. I lobbysti di Apple per esempio hanno convinto le autorità dello stato del Tamil Nadu a rendere più flessibili, più "cinesi", gli orari di lavoro. "Cambiamento che potrebbe apparire piccolo, ma dalla grande importanza simbolica", scrive Capital Economics. D'altra parte la deriva iper-nazionalista hindu di Modi non fa ben sperare. Vedere l'ambiguità del termine ombrello con cui il presidente, atteso a una probabile rielezione nel 2024, definisce la sua politica economica: Atmanirbhat Bharat, "India autosufficiente". Modi ha assicurato che non è isolazionismo, che vuole rafforzare il ruolo del Paese nell'economia globale. Nella sostanza però il livello delle tariffe sulle importazioni, a difesa dei produttori nazionali, è tra i più alti al mondo: barriere che costringono le multinazionali a dipendere dai fornitori locali. Senza contare l'obbligo di joint-venture con un'azienda indiana. Negli ultimi mesi il Vietnam, altro candidato a essere il "+1" della Cina, ha chiuso una decina di grandi accordi di libero scambio, tra cui uno con la Ue e uno con i vicini Asean. Modi solo due, con l'Australia e gli Emirati Arabi.
Uscite ed entrate
Certo, le potenzialità dell'India non hanno paragoni: proprio come in Cina, le aziende possono sceglierla per l'export, ma anche per rifornire la crescente classe media locale. Anche qui però i problemi non mancano, a cominciare dalla competizione ad armi impari con i colossi nazionali, imperi tentacolari come Tata o il discusso Ambani, che godono spesso di trattamenti di favore. Il flop di Vodafone, schiacciata dalla concorrenza, lo dimostra. Si aggiunge ad altre ritirate celebri dal Paese, da Walmart a General Motors. Dietro ad Apple non sembra esserci una fila di multinazionali occidentali pronte ad investire, nonostante la spinta degli Stati Uniti, che devono reclutare Delhi nella loro coalizione anticinese. La geopolitica dà all'India l'occasione. Non assicura che la saprà sfruttare.