Economia

Fitto striglia i ministri: “Rimettiamoci in riga o Bruxelles ci taglierà i fondi"

Il ministro agli Affari Europei, Raffaele Fitto
Il ministro agli Affari Europei, Raffaele Fitto 
Il ministro agli Affari Europei ha chiesto una revisione urgente delle opere: “I mercati ci guardano”. Ambulanti, la premier Meloni blocca una norma del decreto Concorrenza per non aprire un nuovo fronte con la Commissione
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ROMA - Scena numero uno: nel pieno del consiglio dei ministri, Giorgia Meloni prende la parola e blocca una norma sugli ambulanti cara alla Lega. Il rischio è creare disparità e negare l’applicazione delle direttive europee, esponendosi a un altro braccio di ferro con Bruxelles. Sarà il ministro degli Affari europei Raffaele Fitto a incaricarsi di sondare la Commissione europea per capire rischi e margini di questa operazione. Il risultato, nel frattempo, è che la maggioranza si incaglia sul ddl Concorrenza.

Scena numero due: subito dopo la riunione dell’esecutivo, Fitto chiama a raccolta i ministri che detengono i capitoli di spesa più pesanti del Pnrr. E li striglia: «Dovete fornire in tempi rapidi un’analisi netta e chiara delle criticità relative ai progetti di competenza. Non serve una radiografia, ma una risonanza magnetica dello stato di avanzamento dei lavori, da qui alla scadenza del Piano nel 2026». Un termine, aggiunge, al momento inderogabile, nonostante le pressioni dell’esecutivo. E non basta. Il ministro chiede anche ai colleghi di «evidenziare chiaramente i punti critici, spiegarne le ragioni e individuare soluzioni percorribili».

È un vero e proprio allarme. Una chiamata alle responsabilità, necessaria per «provare a rinegoziare gli obiettivi con l’Europa». Un segnale, soprattutto. Non soltanto ai ministri ritardatari, ma anche alla Commissione: ci stiamo muovendo, è il senso del messaggio, non sottovalutiamo i nostri impegni. Anche perché Roma rischia di perdere una fetta consistente dei fondi continentali. E di esporsi, anche di fronte ai mercati, a una parziale - ma dolorosissima - bocciatura. I timori non riguardano solo l’ultimatum lanciato l’altro ieri dalla Commissione, con tanto di proroga di un mese per verificare il raggiungimento dei target del terzo trimestre. La paura si concentra anche sulla quarta tranche, quella che scade a giugno 2023.

Scintille, ritardi, rinvii: alla fine, è sempre il rapporto con Bruxelles a complicare la navigazione del governo sovranista. Così, Giorgia Meloni decide di tenersene alla larga. A sera, la premier varca il portone di Palazzo Chigi, percorre a piedi la piazza e raggiunge i manifestanti di Coldiretti per festeggiare lo stop per legge ai cibi sintetici. Parla a uno storico bacino elettorale. Evita invece di partecipare alla cabina di regia sul Pnrr. E salta anche la conferenza stampa, che fino a lunedì sera aveva deciso di presenziare. I cronisti le chiederebbero del ddl Concorrenza e dei ritardi del Pnrr. Più facile concentrarsi con un post sui social sulle nuove norme contro il caro bollette: «Sosteniamo famiglie e imprese».

E d’altra parte, la partita con Bruxelles sul Recovery è assieme tecnica e politica, dunque assai scivolosa. Né basta il comunicato con cui la Commissione ridimensiona la portata dell’ultimatum del giorno prima a contenere il caso: «La proroga di un ulteriore mese non è inusuale, apprezziamo i significativi progressi compiuti nelle ultime settimane». La verità è che il governo nelle ultime settimane ha toccato con mano il fatto che la squadra di Ursula von der Leyen ha reso più intensa la verifica sugli obiettivi raggiunti dai singoli Paesi.

La ragione – almeno così sostengono nell’esecutivo – sarebbe la pressione della Corte dei Conti europea sulla Commissione, costretta a sua volta a stringere le maglie dei controlli sulle milestone. Tre sono quelle che Roma non ha raggiunto, sulle 55 sotto esame. Di una, in particolare, si discute in queste ore: quella che dirottava risorse per gli stadi di Firenze e Venezia. La novità è che sembra assai probabile che alla fine di questo percorso di approfondimento mensile imposto da Bruxelles, l’Italia rinunci a questi due progetti.

La ragione è urbanistica, le conseguenze ovviamente politiche. Escludere le due opere dal Piano, infatti, aprirebbe innanzitutto una tensione con le due amministrazioni comunali interessate. Il governo, in questo senso, sceglierà con ogni probabilità la strada di continuare comunque i lavori, utilizzando fondi nazionali. La seconda implicazione riguarda le responsabilità di questo eventuale passo falso. Palazzo Chigi indicherà nelle scelte del governo precedente, quello di Mario Draghi, la genesi dell’errore. Meloni proverà comunque fino all’ultimo a evitare questo scenario, premendo sulla Commissione. Se alla fine dovesse capitolare, come sembra quasi certo soprattutto per lo stadio di Firenze, ricorderà di non essere la prima a trovarsi in questa situazione: già la Lituania - con un peso specifico però assai diverso dall’Italia - ha rinunciato a una parte limitata delle risorse della terza tranche, cancellando alcuni progetti su cui Bruxelles aveva sollevato dubbi. Non basterà, ovviamente, a circoscrivere le polemiche.