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Truffe Superbonus: buco da 7 miliardi per banche e imprese

(ansa)

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Le Poste hanno dovuto accantonare prudenzialmente 320 milioni. I crediti fiscali sono difficili da riscuotere: bisogna attendere i processi
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Milano — C’è una mina vagante da 6,9 miliardi che si nasconde tra i conti di imprese edilizie, banche e assicurazioni e che prima o poi si abbatterà sul debito pubblico italiano. Si tratta dei cosiddetti crediti sui bonus edilizi, Superbonus, bonus facciate, ecobonus, Sismabonus, sfruttati in massa dagli italiani (110,8 miliardi il conto dal 2020 all’1 marzo 2023) per il miglioramento energetico degli edifici lungo tutta la penisola. La misura è stata un cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle, varata dal governo Conte II con il decreto Rilancio del maggio 2020, con l’obbiettivo di ridare slancio all’economia frenata dagli anni di pandemia, provvedimento in seguito duramente contestato dal governo Draghi. Neanche Banca d’Italia, al momento, è riuscita a formulare un giudizio complessivo sul Superbonus, tanti sono gli elementi che entrano in gioco, dal risparmio energetico al fatto che questa manovra fiscale può…

Milano — C’è una mina vagante da 6,9 miliardi che si nasconde tra i conti di imprese edilizie, banche e assicurazioni e che prima o poi si abbatterà sul debito pubblico italiano. Si tratta dei cosiddetti crediti sui bonus edilizi, Superbonus, bonus facciate, ecobonus, Sismabonus, sfruttati in massa dagli italiani (110,8 miliardi il conto dal 2020 all’1 marzo 2023) per il miglioramento energetico degli edifici lungo tutta la penisola. La misura è stata un cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle, varata dal governo Conte II con il decreto Rilancio del maggio 2020, con l’obbiettivo di ridare slancio all’economia frenata dagli anni di pandemia, provvedimento in seguito duramente contestato dal governo Draghi. Neanche Banca d’Italia, al momento, è riuscita a formulare un giudizio complessivo sul Superbonus, tanti sono gli elementi che entrano in gioco, dal risparmio energetico al fatto che questa manovra fiscale può avvantaggiare i più ricchi. Ha destato stupore, però, la frase di Pietro Tommasino, direttore del Servizio Struttura economica della Banca d’Italia, in Commissione Bilancio alla Camera l’altroieri: «I benefici ambientali legati al Superbonus ripagherebbero i suoi costi finanziari in 40 anni».

Abbassando lo sguardo, nel breve c’è da fare i conti con le truffe, cioè crediti fiscali a fronte di lavori non eseguiti, e le loro ricadute nel sistema. Su un volume complessivo di 110,8 miliardi indicati da Angelo Ruffini, i crediti irregolari individuati sarebbero 9 miliardi e tra questi la Guardia di Finanza ne ha finora sequestrati circa 6,9 miliardi. Dove sono finiti? Sicuramente sono automaticamente congelati, cioè non sono recuperabili da chi ce li ha in pancia fino a quando non verranno dissequestrati o processati gli autori dei falsi. Dal maggio 2020 all’autunno 2021 - quando si sono ristrette le maglie - è stato un liberi tutti, poiché questi crediti potevano essere liberamente cedibili anche più volte senza limiti.

E le banche e le Poste hanno fatto la parte del leone: Intesa Sanpaolo ne ha acquistati per 16 miliardi, Poste per 11,9 miliardi, Unicredit 5 miliardi, Banco Bpm 2,5 miliardi, Mps più di 800 milioni, Cdp 400 milioni, ma nel business sono entrate anche assicurazioni come Groupama e operatori come Enel X. Per un totale di 51,3 miliardi oggi ancora in capo alle banche che devono smaltirli in 5-10 anni compensando le proprie imposte dovute allo Stato. Ma quei 6,9 miliardi sequestrati e congelati non possono essere smaltiti e devono essere trattati come un credito incagliato, che potrebbe anche restare fermo nel cassetto fiscale per diversi anni. Un grattacapo non da poco per chi ce li ha ma ovviamente non c’è la corsa a dichiararli.

L’unica che al momento ha fatto un’operazione trasparenza è stata Poste che con il bilancio presentato ieri ha evidenziato 320 milioni di accantonamenti dovuti ai bonus edilizi, una percentuale comunque esigua rispetto ai 6,9 miliardi sequestrati nel sistema e agli 11,9 acquistati dalla società guidata da Matteo Del Fante. Poste ha acquistato i crediti soprattutto dai propri clienti persone fisiche (74%), meno da imprese e liberi professionisti (26%). Ha liquidato a costoro 10 miliardi con un margine lordo di 1,9 miliardi. Hanno rifiutato 110 mila pratiche su 420 mila totali e finora hanno subito sequestri preventivi di crediti per 418 milioni, di cui 196 milioni già dissequestrati e 222 milioni ancora sotto sequestro, che spiegano l’accantonamento prudenziale di 320 milioni.

Poste è un player centrale nella vicenda Superbonus perché da quando il 16 febbraio scorso il governo Meloni ha bloccato d’imperio la cessione dei crediti fiscali dei bonus edilizi, è rimasto un grumo da 20,3 miliardi in capo a imprese del settore costruzioni che se non viene smaltito in tempi rapidi rischia di far fallire un grosso numero di aziende. Il Mef, per evitare un danno economico rilevante, sta cercando di convincere Poste e banche ad assorbire quel grumo, con nuovi acquisti di crediti, essendoci ancora spazio nei loro cassetti fiscali. Ma la diffidenza è cresciuta.

Proprio ieri in conferenza stampa, Giuseppe Lasco, condirettore generale di Poste, ha detto: «Non siamo interessati a partecipare a una piattaforma per acquistare e rivendere i crediti incagliati del Superbonus, ma siamo pronti a ripartire laddove ci sia una condivisione con il governo». Sullo stesso tema si è espresso ieri anche Dario Scannapieco, numero uno di Cdp: «Per il momento non siamo direttamente coinvolti in nessuna iniziativa, ma se ce n’è una di sistema che può dare una mano alla ripresa del Paese siamo disponibili a valutarla con serenità e obiettività».


Per un momento la vicenda Superbonus si è incrociata con la partita delle nomine ai vertici delle società partecipate. La settimana scorsa si era sparsa la voce che il ministro Giorgetti ritenesse insufficienti gli accantonamenti di Poste, cosa che poteva mettere in dubbio la riconferma di Del Fante per il terzo mandato. Ma l’esposizione dei numeri di Poste fatta direttamente dai vertici al Mef sembra abbia accantonato qualsiasi dubbio.

Resta però da capire dove sono assiepati gli altri 6,5 miliardi di crediti sequestrati, congelati ma non ancora accantonati. Da una prima indagine condotta da Repubblica presso i principali operatori non ha svelato l’arcano. Le grandi banche commerciali come Intesa, Unicredit, Banco Bpm, Mps, nonostante i volumi importanti di crediti acquistati, hanno tutti dichiarato informalmente che non hanno in pancia crediti sequestrati e quindi non hanno alcun bisogno di accantonare somme in bilancio. Dei 400 milioni in capo a Cdp solo l’1%, circa 4 milioni, sono stati oggetto di sequestro. Illimity, la banca innovativa fondata da Corrado Passera, ha acquistato crediti fiscali per 99 milioni e finora non ha riscontrato sofferenze. L’assicuratore francese Groupama e Enel X, nomi che compaiono nelle carte dei sequestri, non hanno voluto dichiarare i loro numeri. Se quei 6,5 miliardi congelati, non essendo nelle banche, fanno parte del grumo in capo alle imprese edili, allora bisognerà stare molto attenti a far ripartire la macchina degli acquisti.