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Grandi dimissioni, ma non per tutti: in Italia l'addio al posto di lavoro ha riguardato solo le regioni più ricche

Il fenomeno osservato a ridosso della pandemia più che una fuga dal mercato del lavoro è stato una spinta a cercare soluzioni migliori. Ma tutto ciò è stato possibile nelle aree del Paese più dinamiche e con enormi divari tra Nord e Sud
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MILANO - Grandi dimissioni sì, ma a tempo, non per tutti e non come fenomeno straordinario. A tre anni dallo scoppio della pandemia che ha stravolto tempi e modalità per i lavoratori di tutto il mondo, il fenomeno dell'impennata degli addii dalle aziende registrato dopo il 2020 può essere letto con una maggiore profondità. Da un lato smontando una volta per tutte la narrazione di una fuga dal lavoro, a fronte di un più chiaro rimescolamento nell'intero mercato, dall'altro osservando che le grandi dimissioni in Italia hanno riguardato soprattutto le regioni più ricche e più dinamiche sul fronte occupazionale.

Nessuna fuga dal mercato del lavoro

Che prima di tutto non sia un esodo di massa dal mercato del lavoro lo si è visto in fretta dalle statistiche. Nelle maggiori economie mondiali il tasso di disoccupazione, che esprime il rapporto tra chi cerca un lavoro e non lo trova, e il totale della forza lavoro, non ha su…

MILANO - Grandi dimissioni sì, ma a tempo, non per tutti e non come fenomeno straordinario. A tre anni dallo scoppio della pandemia che ha stravolto tempi e modalità per i lavoratori di tutto il mondo, il fenomeno dell'impennata degli addii dalle aziende registrato dopo il 2020 può essere letto con una maggiore profondità. Da un lato smontando una volta per tutte la narrazione di una fuga dal lavoro, a fronte di un più chiaro rimescolamento nell'intero mercato, dall'altro osservando che le grandi dimissioni in Italia hanno riguardato soprattutto le regioni più ricche e più dinamiche sul fronte occupazionale.

Nessuna fuga dal mercato del lavoro

Che prima di tutto non sia un esodo di massa dal mercato del lavoro lo si è visto in fretta dalle statistiche. Nelle maggiori economie mondiali il tasso di disoccupazione, che esprime il rapporto tra chi cerca un lavoro e non lo trova, e il totale della forza lavoro, non ha subito massicci scossoni, se non al ribasso. Non solo, come ha messo in evidenza anche uno studio dell'Osservatorio Conti Pubblici Italiani, ad una massiccia accelerazione delle cessazioni non solo non è seguito un incremento del tasso di inattività, cioè del rapporto tra il numero di persone che non ha un impiego né lo cerca e il totale della popolazione, ma nel caso dell'Italia il tasso è persino calato  nel biennio 2020-2021. Segno  insomma che in Italia chi ha lasciato il lavoro lo ha fatto sapendo già dove andare.

"Dimissioni in cerca di nuove opportunità"

“Si guarda soltanto al tema delle grandi dimissioni dal lato di chi se ne va. Come se questi milioni di lavoratori se ne andassero per andare a fare l’orto.  Guardando i dati sulle attivazioni osserviamo che la gente si dimette per andare a cogliere altre opportunità”, osserva Pietro Novelli, country manager della società inglese di recruting Oliver James. “L’impressione che mi sono fatto è che il numero di dimissioni tra il 2021 e il 2022 sia stato sì il più alto degli ultimi 15 anni, ed è sicuramente un aumento rapido e improvviso, ma più che vedere questo numero come segnale di una rivoluzione dovremmo leggerlo come indicatore di vitalità del mercato del lavoro”, sottolinea invece Francesco Armilllei, dottorando in Scienze Economiche all'Università Bocconi e socio del think-tank Tortuga che si è è occupato spesso di questo tema negli ultimi anni.

Il grande spostamento

Da tempo ormai più che di grandi dimissioni si preferisce parlare di great reallocation o great reshuffle (grande riallocazione o grande rimescolamento), segno che i lavoratori non hanno scelto di cambiare vita, ma solo di cambiare lavoro. "Il Covid e i lockdown  hanno forzato la spinta verso il lavoro in remoto e questo evidentemente ha fatto scattare una riflessione sugli stili di vita", sottolinea ancora Novelli. "Si è rafforzata la consapevolezza che, con i profondi cambiamenti tecnologici che ci sono stati, la formazione sia diventato un elemento cruciale. Se ad esempio nella tua azienda ti trovi in una situazione fortemente statica e non hai degli stimoli, potenzialmente cerchi altre soluzioni. Poi c’è un elemento economico, con la crescita dell’inflazione puoi sentire più rispetto a un tempo il bisogno di cercare qualcos’altro. Ed è una cosa che vediamo soprattutto nei mercati che monitoriamo, cioè i lavoratori high skilled”.

Le grandi dimissioni nelle regioni

Anche qui però, con i primi dati alla mano, è possibile fare dei distinguo. Se si considera tutto il territorio italiano le grandi dimissioni sono un fenomeno che come detto ha interessato soprattutto le aree caratterizzate da una maggiore vitalità. È quanto emerge elaborando i dati di Anpal Servizi relativi alla cessazione dei rapporto dei lavoro per dimissioni, sul totale della dimissioni (i numeri sono riferiti al secondo trimestre 2022).
 

Osservando i dati percentuali si osservano forti oscillazioni su base regionale. In Veneto, il 28,9% delle cessazioni è dovuto a dimissioni, seguito dal Lombardia con il 26,2% e il 25,4% del Friuli- Venezia Giulia. Numeri lontanissimi rispetto alla coda della classifica se si considera che in Basilicata il dato scende all'8,3% e in Puglia si attesta al 9,4%. Dove insomma il mercato del lavoro è più dinamico aumenta la propensione a lasciare il proprio posto di lavoro, dove invece le opportunità4scarseggiano il fenomeno delle "grandi dimissioni" si è osservato con minore frequenza. Se si considera uno spaccato ancora più "iper territoriale" i divari aumentano: a Treviso il tasso di dimissioni raggiunge il 34,5%. Vuol dire che un lavoratore su tre tra chi ha interrotto il proprio impiego lo ha fatto dimettendosi. Numeri lontani anche in questo caso ad altre realtà, come ad esempio Roma, dove il tasso si attesta al 10,64%.

Le grandi dimissioni non sono un fenomeno eccezionale

C'è poi un terzo fenomeno da considerare. Come ha messo in evidenza Armillei in uno studio pubblicato su lavoce.info , i numeri delle dimissioni sono sì consistenti negli ultimi anni ma sono tutt'altro che eccezionali.  “Queste dimissioni sono state sì un numero record degli ultimi 15 anni ma sono stati anche anni segnati da un basso livello di crescita. Se guardiamo ad anni precedenti troviamo numeri anche più alti", spiega. Nel suo lavoro viene considerato un arco temporale molto più ampio, a partire dal 2005. Utilizzando come riferimento il tasso di dimissioni, cioè il numero di dimissioni sul totale degli occupati dipendenti, lo studio di Armillei mostra come il tasso abbia sì toccato un record al 3,2% nel secondo trimestre, ma andando indietro nel tempo, ad esempio nel quarto trimestre del 2007 il tasso abbia toccato un ben più marcato 4,1%.