Obbligati all’austerity. Il debito pubblico stringe gli spazi di manovra
di Valentina Conte , di Valentina ConteROMA - L'ambizione, quasi la tentazione, del governo Meloni è portare la crescita italiana per quest'anno fuori dallo zero virgola previsto da tutti e anche dallo stesso esecutivo, a quel +1% del Pil che non è solo una soglia psicologica, ma un vero toccasana per i conti pubblici. La missione non è impossibile, forse improbabile a sentire economisti ed analisti. A partire da Confindustria che prevede un modesto e prudentissimo, forse troppo, +0,4% anziché +0,6% inserito dal governo nella Nadef a novembre. Il punto sembra un altro. L'Italia tutto sommato va, tra inflazione calante e però persistente (oltre il 5% quest'anno), tassi di interesse che la Bce vuole spingere sino al 4-4,5%, investimenti del Pnrr assai traballanti. Ma alla vigilia del Def, il Documento di economia e finanza che il governo presenterà dopo Pasqua, c'è un elefante nella stanza che l'Europa ci chiede, dal 2024 con il nuovo Patto di stabilit&…
ROMA - L'ambizione, quasi la tentazione, del governo Meloni è portare la crescita italiana per quest'anno fuori dallo zero virgola previsto da tutti e anche dallo stesso esecutivo, a quel +1% del Pil che non è solo una soglia psicologica, ma un vero toccasana per i conti pubblici. La missione non è impossibile, forse improbabile a sentire economisti ed analisti. A partire da Confindustria che prevede un modesto e prudentissimo, forse troppo, +0,4% anziché +0,6% inserito dal governo nella Nadef a novembre. Il punto sembra un altro. L'Italia tutto sommato va, tra inflazione calante e però persistente (oltre il 5% quest'anno), tassi di interesse che la Bce vuole spingere sino al 4-4,5%, investimenti del Pnrr assai traballanti. Ma alla vigilia del Def, il Documento di economia e finanza che il governo presenterà dopo Pasqua, c'è un elefante nella stanza che l'Europa ci chiede, dal 2024 con il nuovo Patto di stabilità e crescita, di comprimere o almeno rendere "sostenibile": il debito pubblico.
Un debito pubblico verso i 2.800 miliardi
Un moloch da 2.756 miliardi, a gennaio. Verso i 2.800 miliardi già in giugno, secondo alcune proiezioni. Destinato poi a gonfiarsi, soprattutto dal 2024 in poi, quando i crediti fiscali legati al Superbonus entreranno nel computo della "cassa" scaricandosi sul fabbisogno e quindi sul debito, dopo aver fatto lievitare la "competenza" e dunque i deficit del 2021 e 2022 e, in parte, del 2023. Un problema messo sotto al tappeto temporale, dal governo Meloni, pronto a presentare il conto. Non ci sarebbe da temere, se la ricetta fosse quella indicata dall'allora premier Draghi: "Dal debito si esce con la crescita". Ma se il volano principale della crescita italiana è il Pnrr e i suoi 40,9 miliardi da spendere quest'anno e il prossimo, pare impossibile non temere contraccolpi sull'economia italiana. Lo avverte Prometeia che vede un Pil del 2023 a +0,7%: "Clima mite e risparmi di gas hanno evitato il razionamento e calmierato i prezzi dell'energia, scongiurando il rischio di recessione. Ma l'inflazione, il rialzo dei tassi di interesse, i recenti rischi finanziari ci dicono che è in atto un rallentamento del ciclo economico".
Blindare la finanza pubblica con l'austerity mascherata
Il punto è quanto intenso e duraturo. Dice ancora Prometeia che se l'inflazione rientrasse al 2% nel 2024, se il prezzo dell'energia restasse sui livelli bassi attuali, se gli italiani attingessero ancora al "cuscinetto" di risparmi accumulati tra 2020 e 2022 per difendersi dal crollo del potere d'acquisto e soprattutto se l'Italia attivasse davvero i 40 miliardi di investimenti del Pnrr "anche per colmare il vuoto creato dal venir meno del Superbonus", allora potrebbe sperare di crescere di un punto e mezzo tra quest'anno e il prossimo. Basterebbe per incanalare deficit e debito sul "sentiero decrescente" auspicato e presto richiesto formalmente da Bruxelles all'Italia? Secondo Confindustria no, visto che prevede per il 2023 un balzo notevole sia del deficit (al 7,9% dal 4,5% del governo) che del debito (al 146,4% anziché al 144,6%), non aiutati da una crescita modesta. "Il governo non ha molte alternative: deve blindare la finanza pubblica", osserva Fedele De Novellis, economista e partner Ref. "E per farlo sta costruendo di fatto, senza annunciarlo e senza manovre, una politica fiscale molto restrittiva, così da scendere dall'8% di deficit del 2022 a meno del 3% entro il 2025: un salto di 70-80 miliardi".
Il taglio occulto alla spesa pubblica
Il blocco drastico del Superbonus è stato più di un messaggio a Bruxelles. "Nessuno vuole creare un caso Italia nell'economia europea", prosegue De Novellis. "Di qui l'austerity non dichiarata che consiste nel tenere ferma la spesa pubblica. Se l'inflazione quest'anno è del 5% ma non indicizzo le spese per la scuola, per la sanità, per le pensioni, per gli stipendi pubblici le sto di fatto tagliando del 5%. La manovra non c'è, non si dice, ma in realtà eccola qui". Pare un percorso obbligato che si somma ai risparmi sugli aiuti a famiglie e imprese per il caro bollette. Qui l'Italia ha speso 50 miliardi nel 2022. Per ora il governo ha confermato alcuni sconti con un decreto da 5 miliardi.
La revisione ambiziosa del Pnrr
Il Cer diretto da Stefano Fantacone prevede per il 2023 un Pil al +0,8%, più dello 0,6% fin qui valutato dallo stesso governo. "La possibilità di arrivare a una crescita dell'1% esiste: la situazione congiunturale è migliorata, lo shock energetico assorbito in meno tempo di quanto potessimo pensare, gli indicatori sono positivi seppur non brillanti", dice Fantacone. "Il ciclo è espansivo, ma non di accelerazione. La spesa per interessi sul debito salirà, ma questo non toglie spazi finché c'è crescita. Vedo però due nubi. Da una parte i crediti incagliati del Superbonus: il settore delle costruzioni ne risentirà, con possibili fallimenti di imprese. Dall'altra il Pnrr: l'impostazione del governo Draghi era troppo pragmatica, la revisione di questo governo forse troppo ambiziosa".
Retribuzioni al palo
Ecco qui di nuovo il Pnrr. "Non ci sono criticità nei conti pubblici perché c'è ancora crescita e inflazione e un Piano di investimenti che dovrebbe garantire crescita addizionale. Ma la macchina del Pnrr è molto complessa, cambiarla è un rischio e non facile farlo in corsa. Il rischio è di avvitarsi. Anche perché i consumi crescono poco, la metà del Pil. Le retribuzioni sono al palo. E il rientro dall'inflazione lento: non scenderemo al 2% prima del 2025". Un margine per alzare gli stipendi ci sarebbe, secondo Fantacone: "Se salissero del 4-5% tra quest'anno e il prossimo, a fronte di un'inflazione all'8% nel 2022 e sopra il 5% nel 2023, non si innescherebbe la spirale. Le imprese hanno margini per farlo". Di certo l'agenda dei sogni del governo Meloni in vista della manovra di bilancio per il 2024 va rimessa nel cassetto. Almeno per un altro giro.