La calamita degli incentivi Usa attrae gli investimenti europei
di Filippo Santelli , di Filippo SantelliNorthvolt è un simbolo delle aspirazioni tecnologiche europee. Con la sua Gigafactory a ridosso del Circolo polare, la società svedese è la più seria candidata a far concorrenza ai colossi asiatici delle batterie per auto elettriche, da cui oggi l'Unione dipende. Per questo le parole del capo Peter Carlsson sono un campanello d'allarme. La prossima Gigafactory doveva sorgere in Germania, ma i piani sono in discussione: "Stavamo lavorando anche a un impianto in Nordamerica e con l'Inflation reduction act, l'Ira, il progetto ha messo il turbo".
La fabbrica americana partirà presto, quella tedesca chissà. Troppo forte il richiamo dell'Ira, il pacchetto di incentivi d…
Northvolt è un simbolo delle aspirazioni tecnologiche europee. Con la sua Gigafactory a ridosso del Circolo polare, la società svedese è la più seria candidata a far concorrenza ai colossi asiatici delle batterie per auto elettriche, da cui oggi l'Unione dipende. Per questo le parole del capo Peter Carlsson sono un campanello d'allarme. La prossima Gigafactory doveva sorgere in Germania, ma i piani sono in discussione: "Stavamo lavorando anche a un impianto in Nordamerica e con l'Inflation reduction act, l'Ira, il progetto ha messo il turbo".
La fabbrica americana partirà presto, quella tedesca chissà. Troppo forte il richiamo dell'Ira, il pacchetto di incentivi da quasi 400 miliardi di dollari messo in campo dagli Stati Uniti per lanciare la filiera della transizione energetica. Carota e bastone, visto che parte dei sussidi è condizionata al fatto di produrre su territorio americano. Tra le aziende europee, non solo Northvolt si è fatta convincere: anche il colosso della chimica tedesco Linde, Volkswagen ed Enel hanno annunciato nuovi impianti negli Usa. E così l'Europa, prima spiazzata dalla svolta verde di Biden, poi infuriata per le clausole protezioniste, ora teme che l'Ira sottragga investimenti e talenti alla sua transizione energetica. In una competizione a somma zero tra alleati.
Il quanto e il come
È prematuro parlare di fuga: in Europa ancora nessun investimento è stato cancellato. Ma le tante "pause" eccellenti mostrano che l'Ira sta portando le imprese a rifare i conti tra costi e benefici: "Nel breve vedremo una serie di aziende andare dall'altra parte dell'Oceano", dice Simone Tagliapietra, ricercatore del think tank Bruegel. Un paper del pensatoio compara i sussidi sulle due sponde dell'Atlantico. Se negli incentivi alle rinnovabili l'Unione offre cifre superiori, per quanto riguarda gli aiuti alla produzione di tecnologie pulite - dai pannelli solari alle batterie - il piano Usa alza molto l'asticella, con sgravi decennali su investimenti e spese. E ancora più del quanto, è decisivo il come: gli incentivi Ue hanno mille rivoli, l'Ira un unico schema, semplice e chiaro.
Enel è la prima azienda italiana ad aver colto l'occasione, annunciando la costruzione di una fabbrica di pannelli solari negli Usa. La seconda a livello globale dopo la Gigafactory di Catania - la più grande d'Europa, sostenuta da fondi Ue - I lavori dovrebbero iniziare verso la metà dell'anno, tensioni sull'Ira permettendo. L'investimento, ha spiegato la società, si aggiunge a quello per un altro impianto in Europa, non lo sostituisce.
Prima l'America
Alla competizione di incentivi, l'Ira ne aggiunge una tutta protezionistica: parte dei sussidi, in barba alle regole del Wto, sono legati al fatto di produrre negli Usa. Vale per i bonus, fino a 7.500 dollari, per chi acquista auto elettriche: l'assemblaggio finale deve avvenire in Nord America e le batterie con i loro minerali critici devono essere realizzate per metà in Paesi con cui Washington ha accordi di libero scambio. Diversi governi Ue offrono sussidi simili a chi acquista elettrico, ma senza vincoli. E l'impatto sulla competizione è evidente, visto che una vettura prodotta nel Vecchio Continente sarà esclusa dal bonus. Volkswagen ha già reagito, mettendo in pausa il progetto per una fabbrica di batterie in Est Europa e accelerando quello americano, per cui potrebbe avere miliardi dollari di incentivi. In attesa di capire se Bruxelles rilancerà.
"I nostri investimenti precedono l'Ira, non riceveremo fondi", spiega Andrea Pirondini, Ceo in Nord America di Prysmian, la multinazionale italiana che nel Massachusetts costruirà uno stabilimento per cavi elettrici sottomarini. Gli investimenti in Europa non saranno ridimensionati: la strategia - comune a tante multinazionali - è produrre vicino ai mercati di sbocco. Ma il manager spiega che l'Ira è uno scatto ulteriore nell'attrattività degli Stati Uniti: "Darà benefici ai nostri clienti, per esempio nell'eolico offshore, e così più sicurezza anche ai nostri investimenti: il governo ha identificato il settore e la sicurezza delle forniture come strategici, dando certezze che in Europa mancano".
La risposta europea
Tra le proteste di molti governi europei contro l'Ira, con minacce di ritorsioni protezioniste, la presidente della Commissione Von der Leyen è volata da Biden. L'obiettivo è siglare con gli Stati Uniti un accordo sui minerali critici - simile a quello appena chiuso dal Giappone - che faccia rientrare almeno in parte i prodotti Ue negli incentivi. "L'Ira probabilmente danneggerà l'Europa con i suoi effetti sulla competitività", scrive Bruegel. Ma in che misura non è chiaro, visto che il vero obiettivo americano è liberarsi dalla dipendenza cinese, e questo per la Ue potrebbe tradursi in un vantaggio. Per ora la risposta dell'Unione si chiama Nzia, Net Zero Industry Act, il pacchetto della Commissione che ha l'altisonante obiettivo di produrre in Europa il 40% delle tecnologie strategiche. Si punta molto sulla velocizzazione dei permessi, ma senza nuove risorse. "Del famoso fondo comune per la sovranità si sono perse le tracce", commenta Tagliapietra. "Aver alleggerito le norme sugli aiuti di Stato rischia di frammentare l'Ue". Solo i Paesi con spazio fiscale, come la Germania, potranno incentivare le imprese a investire. E anche per loro sarà dura pareggiare l'offerta americana.