L’Italia terra di conquiste per il gigante che nasce dalla fusione Ubs-Credit Suisse
di Francesco Manacorda , di Francesco Manacorda"Per Ubs l'Italia è un mercato strategico e negli ultimi anni ha investito molto per far crescere il settore del Wealth management. Quindi è sicuro che cercherà di mantenere il business di Credit Suisse e le sue persone, in modo da raggiungere una scala maggiore e far crescere ulteriormente il business italiano". Inutile bussare in cerca di interviste: adesso che Ubs ha annunciato l'acquisizione di Credit Suisse, con le più grandi nozze forzate che la finanza svizzera - e non solo - ricordi, le bocche restano cucite per motivi finanziari e legali. Ma qualche messaggio chiaro, nella spola tra via del Vecchio Politecnico e via Santa Margherita, rispettive sedi milanesi e italiane dell'acquirente e dell'acquisito, arriva comunque. Lo danno fonti vicine a Ubs, la banca che dovrà appunto avviare l'integrazione e mettere a fattor comune le capacità e le persone dei due gruppi. Quindi, prima di tutto, guai a trattare la …
"Per Ubs l'Italia è un mercato strategico e negli ultimi anni ha investito molto per far crescere il settore del Wealth management. Quindi è sicuro che cercherà di mantenere il business di Credit Suisse e le sue persone, in modo da raggiungere una scala maggiore e far crescere ulteriormente il business italiano". Inutile bussare in cerca di interviste: adesso che Ubs ha annunciato l'acquisizione di Credit Suisse, con le più grandi nozze forzate che la finanza svizzera - e non solo - ricordi, le bocche restano cucite per motivi finanziari e legali. Ma qualche messaggio chiaro, nella spola tra via del Vecchio Politecnico e via Santa Margherita, rispettive sedi milanesi e italiane dell'acquirente e dell'acquisito, arriva comunque. Lo danno fonti vicine a Ubs, la banca che dovrà appunto avviare l'integrazione e mettere a fattor comune le capacità e le persone dei due gruppi. Quindi, prima di tutto, guai a trattare la questione in termini di "vincitori" e "vinti". Quali siano i rapporti di forza l'hanno visto tutti, praticamente in mondovisione, mentre governo e Banca centrale elvetica si affannavano a trovare un salvagente per il Credit Suisse.
Adesso che l’accordo è fatto e la crisi del sistema bancario europeo – Deutsche Bank e affini permettendo – appare scampata, nell’avamposto italiano di Ubs (dove il ritorno da Ceo di una vecchia conoscenza come il ticinese Sergio Ermotti è stato accolto con grande soddisfazione), la parola d’ordine è quella della collaborazione con i nuovi colleghi. O anche con i vecchi colleghi, visto che tradizionalmente tra le due banche, anche in Italia, c’è sempre stata una competizione che si giocava pure sulle persone. Così i cambi di casacca, pur se sempre svizzera, non sono mancati. E i timori di forti tagli ai dipendenti del Credit Suisse, specie in patria e nel settore dell’Investment Banking, qui – è il messaggio – non hanno ragione di sussistere: il mercato italiano ha bisogno di più persone e più competenze e la fusione può rivelarsi lo strumento per posizionarsi meglio.
I numeri delle banche
I numeri, innanzitutto. A partire da quelli di Ubs, che con dieci sedi in prevalenza nel Nord Italia e circa 450 persone, nel nostro Paese non fa attività creditizia vera e propria, ma si concentra su tre business che sono l’Investment banking (consulenza e finanziamento a imprese e imprenditori), il Wealth management, che gestisce i soldi di chi è davvero ricco, spesso quegli stessi imprenditori, e l’Asset management, che sta al Wealth come un’auto familiare a una Ferrari: promette di trasportarti, ma meno veloce e con meno emozioni, anche in termini di guadagni. E – aspetto fondamentale – con meno spese. Sull’Investment banking i rapporti sono abbastanza chiari: in Italia Ubs ne fa decisamente più che Credit Suisse. Anche se dopo un paio di fasi in cui è finita sull’orlo dell’abisso negli scorsi anni, la banca acquirente afferma di avere una cultura “risk adverse”, ossia di preferire la rinuncia a qualche possibile guadagno pur di non affrontare rischi eccessivi. È successo ad esempio con l’operazione Mps, da cui si è tenuta fuori.
Nel Wealth management, Ubs ha in gestione masse per 25 miliardi di euro circa, con un centinaio di “client advisors” che sono dipendenti della banca anche se ovviamente la stragrande maggioranza dei loro guadagni viene dai bonus legati ai risultati ottenuti con i clienti. Credit Suisse, che gestisce anch’essa poco meno di 25 miliardi, invece, ha un modello un po’ diverso, con circa 80 consulenti interni, ma anche una quindicina di promotori finanziari che sono liberi professionisti, i quali portano con sé il loro portafoglio di clienti. Messe assieme, le masse dei due operatori porterebbero la “nuova” Ubs a essere il primo operatore italiano nel settore. Infine, l’Asset management, dove Ubs ha masse in gestione per oltre 17 miliardi, mentre Credit Suisse è oltre gli 11 miliardi.
Integrazione al miele
Assieme a queste tre divisioni, si ama dire in via del Politecnico, l’Ubs ne ha anche una quarta che non costa nulla alla banca ed è data dai rapporti fra le altre tre, con le occasioni di business che possono generare. Sarà questo, con ogni probabilità, il modello a cui verrà ispirata anche l’organizzazione delle persone in arrivo dal Credit Suisse, che sono poco più di 200 in otto sedi italiane. Tutta al sapore di miele, allora, l’integrazione tricolore tra le due banche? Presto per dirlo, ma quel che è certo è che Ubs vede l’Italia come uno dei suoi mercati strategici, dove il potenziale per la crescita è ancora alto e dove è possibile anche portare alcune funzioni destinate a servire il gruppo in tutta Europa. È già questo, ad esempio, il caso del “fixed income” o delle “cash sales”, dove Milano è hub per tutto il continente.