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I dubbi degli imprenditori: “Serve tanta formazione, meglio i lavoratori stranieri”

Dal decreto flussi sono rimaste fuori 180 mila richieste. E ora le organizzazioni datoriali hanno tempo fino al 5 aprile per comunicare il proprio fabbisogno al ministero del Lavoro
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ROMA  — I disoccupati italiani? Certo, soprattutto se finalmente i centri per l’impiego li formano, mettendoli in grado di inserirsi nei settori dove il fabbisogno è maggiore. Ma le aziende non vogliono neanche rinunciare ai lavoratori stranieri che conoscono, e apprezzano, e che spesso impiegano con continuità da tempo, dagli stagionali del turismo a quelli dell’agricoltura.

«L’albanese o il marocchino che vengono tutti gli anni nelle nostre aziende hanno una certa professionalità, consolidata nel tempo», rileva Romano Magrini, responsabile Lavoro di Coldiretti. Senza l’aiuto dei migranti, ha dichiarato a Repubblica il produttore di Barolo Bruno Ceretto, «venderemmo zolle, non vino. La nostra terra si fermerebbe di colpo. I lavoratori che vengono dall’estero sono indispensabili, e non sono quasi più gli stagionali che arrivavano a marzo e ripartivano a ottobre, faticando e arrangiandosi».

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ROMA  — I disoccupati italiani? Certo, soprattutto se finalmente i centri per l’impiego li formano, mettendoli in grado di inserirsi nei settori dove il fabbisogno è maggiore. Ma le aziende non vogliono neanche rinunciare ai lavoratori stranieri che conoscono, e apprezzano, e che spesso impiegano con continuità da tempo, dagli stagionali del turismo a quelli dell’agricoltura.

«L’albanese o il marocchino che vengono tutti gli anni nelle nostre aziende hanno una certa professionalità, consolidata nel tempo», rileva Romano Magrini, responsabile Lavoro di Coldiretti. Senza l’aiuto dei migranti, ha dichiarato a Repubblica il produttore di Barolo Bruno Ceretto, «venderemmo zolle, non vino. La nostra terra si fermerebbe di colpo. I lavoratori che vengono dall’estero sono indispensabili, e non sono quasi più gli stagionali che arrivavano a marzo e ripartivano a ottobre, faticando e arrangiandosi».

Ecco perché il 27 marzo, nel giorno del Click day del decreto flussi di quest’anno, nel giro di due ore sono stati presi d’assalto gli 82.705 ingressi a disposizione per i lavoratori extracomunitari. Le domande presentate sono state oltre 240 mila, con una differenza di quasi 160 mila lavoratori, ai quali si possono sommare i 23 mila che chiedono le associazioni datoriali del lavoro domestico. In tutto quindi almeno 180 mila lavoratori: è pensabile trovarli senza un nuovo decreto flussi? Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si è detto favorevole a un aumento della quota di immigrati regolari. Prima gli italiani? Sicuramente con l’enorme fabbisogno di lavoro attuale c’è posto anche per loro, purché però vengano formati.

Nell’audizione sul decreto flussi l’Ance (l’associazione dei costruttori) suggerisce al governo, riferendosi alla clausola che obbliga le aziende a rivolgersi al centro per l’impiego per accertare che per la qualifica richiesta non ci sia un italiano disponibile, di indirizzare piuttosto subito i disoccupati italiani, percettori di forme di sostegno al reddito, «all’Ente formativo territoriale del sistema edile, per effettuare in via obbligatoria corsi di formazione mirata alla riqualificazione professionale».

Ancora più complicato risulta il progetto del decreto Cutro di puntare sulla formazione nei Paesi di origine degli immigrati. Un progetto sicuramente apprezzabile, ma ancora tutto da avviare. Mentre l’offerta insoddisfatta di lavoro è enorme: ai 100 mila dell’agricoltura si aggiungono i 140 mila lavoratori che servono alla ristorazione, gli oltre 200 mila che mancano nell’artigianato, i 200 mila che da qui all’estate serviranno negli alberghi, gli oltre 40 mila al mese richiesti nelle costruzioni secondo le stime di Unioncamere. E servono subito: la raccolta nei campi è già iniziata, la stagione turistica si apre a Pasqua, il lavoro nelle costruzioni è un flusso continuo.

Ecco perché le organizzazioni imprenditoriali insistono nel chiedere un nuovo decreto flussi, per far fronte all’emergenza immediata. Ma neanche gli imprenditori sono affezionati al Click Day, né ritengono che sia la soluzione giusta per il futuro. Le organizzazioni datoriali chiedono, proprio come prospetta il governo, un sistema d’ingresso più razionale, non più basato su quote predeterminate a tavolino, che si rivelano puntualmente insufficienti.

Coldiretti al tavolo del ministero del Lavoro ha proposto di effettuare ogni anno con largo anticipo una stima dei lavoratori che servono, azienda per azienda, senza indicare il nome, ma solo il numero. A quel punto la somma dovrebbe essere interamente autorizzata dal decreto flussi, senza Click day: ogni azienda sceglierebbe il tempo di arrivo più opportuno, sulla base delle proprie esigenze. Ora però serve un nuovo decreto flussi. Le organizzazioni hanno tempo fino al 5 aprile per far avere al ministero del Lavoro le loro richieste. Ma la risposta c’è già, nell’overboking che il sito del ministero dell’Interno ha registrato già alle 10 il 27 marzo.