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Processo alla Bce, non c’era altra scelta per spegnere la fiammata dei prezzi

Tra l’autunno del 2021 e l’inizio del 2022 Fed e Bce hanno dovuto far fronte a un radicale cambio di scenario a causa della variante Omicron e dell’invasione russa in Ucraina
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Durante la seconda metà del 2021 era ormai chiaro che la campagna vaccinale ci avrebbe portato a dichiarare vittoria contro il Covid, e che i Paesi occidentali avrebbero beneficiato per questo di un’importante ripresa post-pandemica, tradottasi in un tasso di crescita del Pil superiore al 5% a fine 2021. Era altrettanto chiaro che questa ripresa vigorosa avrebbe generato temporanee pressioni inflazionistiche sia in Europa che negli Stati Uniti nel corso del 2022, con una stima compresa tra il 4 o 5%. Da qui una strategia delle banche centrali orientata a una moderata salita dei tassi di interesse: la Fed ad esempio a fine 2021 immaginava tassi di interesse in risalita dai livelli zero della pandemia, ma non oltre l’1-1.5% a fine 2022.

Cosa ha fatto sbagliare così clamorosamente previsione alle banche centrali? Due fattori oggettivamente imponderabili. Innanzitutto l’insorgenza della variante Omicron del Covid, che ha creato notevoli problemi sanitari a…

Durante la seconda metà del 2021 era ormai chiaro che la campagna vaccinale ci avrebbe portato a dichiarare vittoria contro il Covid, e che i Paesi occidentali avrebbero beneficiato per questo di un’importante ripresa post-pandemica, tradottasi in un tasso di crescita del Pil superiore al 5% a fine 2021. Era altrettanto chiaro che questa ripresa vigorosa avrebbe generato temporanee pressioni inflazionistiche sia in Europa che negli Stati Uniti nel corso del 2022, con una stima compresa tra il 4 o 5%. Da qui una strategia delle banche centrali orientata a una moderata salita dei tassi di interesse: la Fed ad esempio a fine 2021 immaginava tassi di interesse in risalita dai livelli zero della pandemia, ma non oltre l’1-1.5% a fine 2022.

Cosa ha fatto sbagliare così clamorosamente previsione alle banche centrali? Due fattori oggettivamente imponderabili. Innanzitutto l’insorgenza della variante Omicron del Covid, che ha creato notevoli problemi sanitari alle economie emergenti, meno protette dal punto di vista vaccinale. Le restrizioni poste in atto per gestire questa nuova recrudescenza della pandemia, a partire dalla politica zero-Covid cinese, hanno causato diversi ostacoli al corretto funzionamento della catena degli approvvigionamenti internazionali, generando un aumento dei prezzi dei prodotti intermedi, cui possiamo imputare almeno due punti aggiuntivi di inflazione a cavallo tra il 2021 ed il 2022.

Dopo di che, il 24 febbraio 2022, la Russia ha deciso di invadere l’Ucraina, scatenando con ciò una violenta salita dei prezzi di alcune materie prime globali, a partire dal petrolio e dal grano. Questo terzo shock ha portato a un’ulteriore salita dei prezzi, con una inflazione che ha raggiunto sia in Europa che negli Usa il livello del 9% subito prima dell’estate. Davanti a questo radicale, e imprevedibile, cambio di scenario le banche centrali non hanno avuto molta scelta, se non quella di far salire violentemente i tassi di interesse. La Fed ha anche aggiunto alla risalita dei tassi una riduzione del suo bilancio, il che ha portato a una drastica riduzione della liquidità sul mercato Usa, mentre la Bce ha (giustamente) deciso di iniziare con la salita dei tassi, graduando solo nel 2023 l’inizio della riduzione del bilancio. La Bce ha anche dovuto affrontare uno scenario diverso da quello americano, con una inflazione europea molto più influenzata da fattori esterni, in particolare il prezzo del gas, che nel corso dell’estate ha poi spinto la crescita dei prezzi oltre il 10%.

A fronte di questo quadro oggettivamente complesso, che rendeva lo strumento del tasso relativamente poco efficiente, la Bce si è mossa con iniziale prudenza, ritardando la sua manovra rispetto alla Fed di diversi mesi (incalzata solo dalla rottura della parità del dollaro sull’euro nel mese di luglio), e graduando per quanto possibile la salita dei tassi. Qualche sbandamento lo si è registrato in autunno, quando l’inflazione a doppia cifra in area euro ha fatto salire l’intensità delle urla dei falchi, portando la Bce a dichiarare, nel meeting di dicembre, che la salita dei tassi sarebbe stata «a ritmo costante». Una dichiarazione poco sensata, nella misura in cui l’inflazione europea dipendeva ancora da shock energetici di natura esogena, su cui lo strumento dei tassi può poco.

Poi, a febbraio, il ritorno alla realtà, con i rialzi annunciati fino a marzo, e poi la sospensione degli stessi, in attesa di capire cosa succede al mondo intorno a noi. Ebbene, la realtà è che ormai gli shock energetici e delle catene produttive internazionali sembrano (al momento) riassorbiti, e quello che sta alimentando l’inflazione è il contagio interno della salita dei prezzi a salari e profitti. Contagio che peraltro è al momento più forte in Europa che negli Stati Uniti: l’inflazione “core” (depurata da energia e beni alimentari) nell’area euro è in salita, e nell’ultimo mese ha superato per la prima volta quella americana (5,6 contro 5,5%). Sorvolando sul deficit comunicativo autunnale, diventa dunque difficile criticare la strategia Bce, dato il contesto assolutamente eccezionale che ha determinato la fiammata inflazionistica in atto. Bisogna tuttavia vigilare affinché la politica monetaria non esageri rispetto all’obiettivo. Nel mondo “nuovo” post-globale che si apre dopo la crisi ucraina, con la transizione climatica ed energetica da gestire e i relativi costi, diventa infatti complicato immaginare un punto di equilibrio dell’inflazione europea confortevolmente vicino al 2%. Di questo occorrerà presto prendere atto, per evitare errori futuri.