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Def, stop alla corsa del deficit. I numeri del governo per rassicurare l'Europa

(ansa)
Nel Documento di economia e finanza confermata la previsione di novembre (4,5%) e arriverà anche una sforbiciata al debito. Una "scelta di prudenza" in vista della difficile trattativa sul Patto di stabilità che riparte nel 2024
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ROMA - I numeri della prudenza. La prova, nero su bianco, per dimostrare di essere affidabili e responsabili. A Bruxelles e ai mercati. Ci prova, il governo Meloni. Sarà il Documento di economia e finanza, che verrà approvato martedì prossimo dal Consiglio dei ministri, a dare forma al tentativo. Ma la strategia va oltre la validazione delle previsioni da parte della Commissione europea. E anche oltre lo spread, il termometro sempre pronto a misurare che le promesse siano mantenute, quindi che le politiche fiscali viaggino su un binario rassicurante. Passaggi imprescindibili, ma quest’anno, e soprattutto in vista del prossimo, il Def si incastra con un’altra partita: il nuovo Patto di stabilità.

Ecco allora che i numeri verranno messi sul tav…

ROMA - I numeri della prudenza. La prova, nero su bianco, per dimostrare di essere affidabili e responsabili. A Bruxelles e ai mercati. Ci prova, il governo Meloni. Sarà il Documento di economia e finanza, che verrà approvato martedì prossimo dal Consiglio dei ministri, a dare forma al tentativo. Ma la strategia va oltre la validazione delle previsioni da parte della Commissione europea. E anche oltre lo spread, il termometro sempre pronto a misurare che le promesse siano mantenute, quindi che le politiche fiscali viaggino su un binario rassicurante. Passaggi imprescindibili, ma quest’anno, e soprattutto in vista del prossimo, il Def si incastra con un’altra partita: il nuovo Patto di stabilità.

Ecco allora che i numeri verranno messi sul tavolo europeo per lanciare anche un altro messaggio: la prudenza c’è, ma non si possono fare miracoli. Tradotto: il Patto deve essere ragionevole. Dove la ragionevolezza si traduce in sostenibilità, nella possibilità cioè di tagliare il debito senza strozzare l’economia reale. Qualcosa di ben diverso dalla proposta avanzata dalla Germania, che per i Paesi più indebitati, come l’Italia, chiede una riduzione del rapporto debito-Pil di almeno un punto percentuale all’anno.

Nei ragionamenti che si stanno facendo in queste ore a Palazzo Chigi e al ministero dell’Economia, il 2023 non desta grandi preoccupazioni. Anzi il Pil sarà ritoccato leggermente all’insù, l’asticella del deficit resterà ferma al 4,5%, come scritto nella Nota di aggiornamento al Def approvata lo scorso novembre. Persino il debito potrebbe calare di qualche decimale rispetto a quanto pattuito in autunno. Ma le cose cambieranno radicalmente l’anno prossimo. Il taglio al prodotto interno lordo (1,9% nelle ultime stime) prenderà atto che la spinta è destinata a sfumare. E che i fattori negativi inizieranno a scaricare il loro peso sui conti.

L’indiziato numero uno è la spesa per interessi sul debito pubblico, che aumenterà, richiedendo alle casse pubbliche un nuovo sforzo. Con l’incognita, anche qui fuori dall’Italia, della durata e dell’intensità del rialzo dei tassi da parte della Banca centrale europea. E nel conto va messo anche il Superbonus, perché il costo impatterà anche sul debito dell’anno prossimo, nonostante lo stop alla cessione dei crediti. Per provare a controbilanciare la spirale negativa, nel Def si confermerà il deficit al 3,7%, almeno stando alle ultime tabelle messe a punto dai tecnici del Mef, che saranno chiuse prima del Consiglio dei ministri.

Ma i segnali finiscono qui. Aumenteranno invece gli impegni: il Pnrr fa fatica, nel 2024-2025 è previsto il picco della spesa. Un’altra prova di affidabilità che andrà validata dall’Europa.


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