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Ajay Banga: un manager globale per riportare la questione ambientale al centro del mondo

Ha guidato multinazionali dell’industria e della finanza, è uno degli uomini simbolo del multiculturalismo Usa, Biden lo ha chiamato al vertice della Banca Mondiale, il suo primo compito: ricompattare l’istituzione e ricucire con l’Onu
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Ci sono tre aspetti chiave nella nomina di Ajay Banga alla guida della Banca Mondiale. Il primo ovviamente riguarda il rilancio di un'armonia multilaterale, in questo caso mirata sullo sviluppo. Il secondo è un rafforzamento del messaggio multiculturale che parte dall'America, unico rispetto a qualunque altra nazione del mondo. Il terzo è il rafforzamento a Washington di un gruppo di potere vicino alla Casa Bianca di Joe Biden, che resterà in controllo per molti anni anche se Biden dovesse perdere le elezioni. Una garanzia per il multilateralismo se per caso l'isolazionista e picconatore Donald Trump, per miracolo, dovesse farcela alle elezioni del novembre 2024.

Gli indiani self made man

Comi…

Ci sono tre aspetti chiave nella nomina di Ajay Banga alla guida della Banca Mondiale. Il primo ovviamente riguarda il rilancio di un'armonia multilaterale, in questo caso mirata sullo sviluppo. Il secondo è un rafforzamento del messaggio multiculturale che parte dall'America, unico rispetto a qualunque altra nazione del mondo. Il terzo è il rafforzamento a Washington di un gruppo di potere vicino alla Casa Bianca di Joe Biden, che resterà in controllo per molti anni anche se Biden dovesse perdere le elezioni. Una garanzia per il multilateralismo se per caso l'isolazionista e picconatore Donald Trump, per miracolo, dovesse farcela alle elezioni del novembre 2024.

Gli indiani self made man

Comincio dal secondo punto perché riguarda valori ed etica che poggiano sull'apertura, su libere elezioni, su libera informazione, principi determinanti in tempo di guerra, soprattutto quando la guerra ha una natura sistemica: Vladimir Putin attacca l'Ucraina non per recuperare territori che senza alcun fondamento rivendica suoi, ma perché vuole indebolire l'America e l'Unione Europea e danneggiare i loro principi che poggiano su libere elezioni, una democrazia lineare e apertura totale alle minoranze e al merito. Ajay Banga (presidente di Exor, che controlla il gruppo editoriale che pubblica questo giornale, ndr) è il terzo indiano "self made man" a ricoprire una posizione di straordinario prestigio nel mondo del business e ora della politica applicata al business, rappresentando l'America. Gli altri due sono Satya Nadella, 55 anni, numero uno di Microsoft, nato a Hyderabad e formato in India fino a quando non si è specializzato in America, e Sundar Pichai, numero uno di Google, nato a Madurai e anche lui formato in India prima di venire in America.

Potete immaginare casi simili in Cina o in Russia? Che uno straniero qualunque, immigrato, che si fa dal nulla, vada alla guida dell'azienda più grande cinese o russa o di un'azienda simbolo della finanza globale solo perché lo merita? Banga ha cominciato la sua carriera nel 1981 con la Nestlé, in India, come trainee, subito dopo l'università. Poi si unisce a Pepsi Cola, poi a Citi, fra il 1996 e il 2009, dove sviluppa il business al consumo, focalizzando l'attenzione sul credito al consumo. Dal quartier generale di New York prende poco dopo la guida delle attività asiatiche. Infine, nel 2010, è prescelto da Mastercard: prende in mano il gruppo quando capitalizza 30 miliardi e lo lascia nel 2021 con una capitalizzazione di 300 miliardi di dollari. Negli ultimi anni, oltre alla presidenza di Exor, è anche vicepresidente della finanziaria General Atlantic ed è stato alla guida della Camera di Commercio internazionale.

Il flop Malpass

Più che qualificato dunque per assumere la guida della Banca Mondiale, che deve pensare allo sviluppo economico e all'applicazione dei principi essenziali per investire strutturalmente in Paesi emergenti dando ampio spazio all'ambiente, tema su cui il suo predecessore, David Malpass, nominato da Trump, non ha brillato, dando l'impressione di essere un negazionista. Per questo la missione di Banga deve essere anche di ricucitura. Malpass tempo fa si era astenuto dall'ammettere che i combustibili non rinnovabili contribuiscono al surriscaldamento del pianeta Terra. La cosa non era piaciuta, Malpass si è trovato sotto attacco di molte fondazioni non profit, isolato nel consiglio della Banca Mondiale e da quello delle Nazioni Unite, organizzazione multilaterale sempre all'avanguardia in tema di questioni ambientali. E non ho dubbi che fin da subito, fin da giugno, quando assumerà formalmente l'incarico, Banga ricucirà con le Nazioni Unite, identificherà in modo esplicito la questione ambientale come centrale per lo sviluppo e instaurerà un rapporto armonico con il consiglio della Banca.

Il colpo di reni di Biden

E con la Cina? Non dimentichiamo che la Cina è il terzo azionista della Banca Mondiale e Banga non potrà ignorare tematiche legate anche allo sviluppo più tradizionale, che, per inciso, potranno far molto bene alle nostra industria. Il primo azionista della Banca Mondiale è l'America, che da sempre mantiene il diritto di nominare il presidente (l'Europa nomina il direttore del Fondo Monetario Internazionale). La cosa ovviamente aveva indispettito non pochi, ma, con un colpo di reni, Biden ha neutralizzato ogni critica nominando un indiano naturalizzato americano, esempio concreto di un "eccezionalismo" a cui non tutti Paesi possono ambire. Possiamo immaginare che l'Europa mandi alla guida del Fondo Monetario un "naturalizzato" europeo? Non credo che potrà accadere, almeno in questa generazione. Il terzo aspetto è più dietrologico. Banga aveva assunto come suo vice presidente a Mastercard Mike Froman, ex capo negoziatore commerciale di Barack Obama, e molto apprezzato da Joe Biden. Ora Froman è stato prescelto come nuovo capo del Council on Foreign Relations, il più prestigioso centro studi internazionali in America e forse nel mondo e palestra per giovani talenti che possono ambire a posizioni di governo. Possibile che ci sia stata un triangolazione? Possibile, tutto il mondo è paese. Del resto due come loro, con straordinari rapporti personali a livello globale, sono una garanzia. Se poi riusciranno anche a lavorare (di nuovo) insieme come ai vecchi tempi, sarà tanto meglio per tutti. Anche perché se per caso dovessimo tornare a un'amministrazione americana nazionalista e populista, con Trump o altri, almeno avremo blindato per alcuni anni un modello necessario, quello di un multilateralismo moderno e in costante evoluzione.