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Caldo e siccità non fermano gli sciatori: boom sulle piste nell’inverno senza neve

L’industria della montagna al bivio della sopravvivenza: continuare a investire o arrendersi alla crisi climatica
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Le immagini sono impietose: rotoli bianchi di carta igienica, come i movimenti ambientalisti definiscono le piste innevate artificialmente, che scendono lungo montagne marroni e spoglie, senza più ghiacciai, bruciate da caldo e siccità. Dentro l'allarme per i cambiamenti climatici e l'attenzione per la natura, resiste una parte di invecchiata ideologia verde. Però gli scenari, mutati in drammatica emergenza negli ultimi due anni, sono reali. Con questi deve oggi misurarsi anche l'industria italiana dello sci: 11 miliardi di fatturato, pari al 12% del Pil turistico nazionale, poco meno di 20 mila posti di lavoro offerti solo dai 1.650 impianti di risalita. In discussione, a livello europeo, non è più la sostenibilità, ma la sostanziale praticabilità di un modello economico che per settant'anni ha arginato l'esodo postbellico dalle alte quote, permesso sviluppo sociale e conservazione del territorio, alimentato sulle A…

Le immagini sono impietose: rotoli bianchi di carta igienica, come i movimenti ambientalisti definiscono le piste innevate artificialmente, che scendono lungo montagne marroni e spoglie, senza più ghiacciai, bruciate da caldo e siccità. Dentro l'allarme per i cambiamenti climatici e l'attenzione per la natura, resiste una parte di invecchiata ideologia verde. Però gli scenari, mutati in drammatica emergenza negli ultimi due anni, sono reali. Con questi deve oggi misurarsi anche l'industria italiana dello sci: 11 miliardi di fatturato, pari al 12% del Pil turistico nazionale, poco meno di 20 mila posti di lavoro offerti solo dai 1.650 impianti di risalita. In discussione, a livello europeo, non è più la sostenibilità, ma la sostanziale praticabilità di un modello economico che per settant'anni ha arginato l'esodo postbellico dalle alte quote, permesso sviluppo sociale e conservazione del territorio, alimentato sulle Alpi un giro d'affari annuo da 805,6 miliardi di euro.

La passione per le piste

Il report Nevediversa 2023 di Legambiente analizza "una crisi senza precedenti e irreversibile" e invita gli imprenditori a "riconvertire subito" un'industria che nel suo profilo attuale si presenta "senza futuro". La risposta dei vertici Anef, l'associazione che rappresenta il 90% degli impiantisti italiani, esibisce un equivalente grado di certezza: "Il 60,3% dei turisti - dice la presidente Valeria Ghezzi - scia ancora in pista. In Italia smantellare una simile impresa collettiva sarebbe un suicidio. I nostri concorrenti stranieri, nel resto del pianeta, non aspettano altro". Dietro lo scontro, che tende a semplificare allarmi e soluzioni opponendo la vita al denaro, i numeri legittimano posizioni diverse, irrigidite da un paradosso sorprendente: l'inverno appena concluso, segnato dal primato di caldo e carenza di neve, ha registrato pure il record di presenze e fatturato nelle stazioni di montagna. Gli sciatori su pista in Italia sono stati 2,5 milioni, più 5% sul 2019 dentro un totale di 4,2 milioni: tra le discipline no-crowds, lo sci nordico è cresciuto dello 0,8%, lo scialpinismo del 4,3.

"Il boom dello sci nell'inverno nero della neve - dice Ghezzi - non è solo eredità dei lockdown causati dal Covid. Pesa la crescita del tenore di vita in alcune nazioni, il bisogno di montagna consolidato in centri urbani sempre più invivibili, un turismo interno che causa incertezza economica ha accorciato il raggio d'azione. L'offerta poi, tra gastronomia, escursionismo e spa, è diversificata da anni". Resta la domanda posta da Legambiente: una simile industria, che ha quali materie prime la neve e il freddo, regge se da sei decenni le precipitazioni crollano fino al 60% e l'aria è in media tra 2 e 3 gradi più calda, con punte che sfiorano i 4? La risposta degli scienziati è "no": il loro appello, confermato dall'ultimo rapporto di Bankitalia che analizza l'emergenza tra precipitazioni nevose e flussi turistici, è "reinventare il turismo in montagna". Ad allarmare, il fatto che su 225 Comuni montani italiani dotati di comprensori sciistici, in 141 le temperature medie in 60 anni si sono alzate di oltre 2 gradi. Non uno ha conservato il freddo del passato. In Europa la soglia dei 2 gradi è stata superata da 40 mila su 100 mila località. Nello stesso periodo la disponibilità idrica media è diminuita del 56%.

Boom di richiesta per la neve artificiale

Questa concorrenza, prossima a scatenare imprevedibili guerre per l'acqua fra territori e settori economici, continua ad accelerare misure di mitigazione che gli ambientalisti giudicano "irresponsabili". La domanda di  neve artificiale per aprire i 90,5 chilometri quadrati di piste italiane, nei prossimi anni è destinata a crescere tra il 50 e il 110%. Già oggi però il nostro Paese detiene il primato europeo dei tracciati dotati di cannoni: il 90%, rispetto al 70% dell'Austria, al 50% della Svizzera, al 39% della Francia e al 25% della Germania. Situazioni ambientali e qualità di offerta-sci e sicurezza non paragonabili: ma 142 bacini artificiali che captano ogni stagione 1,03 milioni di metri cubi d'acqua per innevare 24 mila ettari di piste lunghe 5.771 chilometri, minacciano di restare presto a secco, o di sottrarre una risorsa vitale al resto della montagna.

Critico anche il fattore-energia. Da 1 metro cubo d'acqua si ricavano 2 metri cubi di neve, in Europa ne servono oggi 280 milioni, in Italia circa 97. Per produrla occorrono però 2.100 gigawatt a livello continentale, 721 nel nostro Paese. Un anno fa la neve tecnica costava 2 euro a metro cubo: nell'ultimo inverno il prezzo è schizzato a 3-7 euro. "Imprenditori e politici - dice Giovanni Carrosio, sociologo ambientale dell'Università di Trieste - non vogliono vedere le ragioni di una crisi epocale, che pesa come un macigno anche sulle finanze pubbliche". La ragione è semplice: da piste e impianti dipende l'industria dello sci, ma bilanci e investimenti del settore sono quasi totalmente in mani pubbliche, o vengono sostanziosamente alimentati a fondo perduto. Il punto oggi è decidere fino a che punto i miliardi di sovvenzioni alle imprese, causa di un forte impatto ambientale, sono giustificati, socialmente sostenibili, possibili rispetto ai mutamenti climatici.

"Il turismo bianco - dice Ghezzi - è tra le imprese a inferiore tasso di aiuti pubblici. I colossi italiani che producono impianti a fune, neve tecnica e battipista, trainano l'export e sono un'eccellenza mondiale. Scienza e ricerca stanno azzerando l'impatto dello sci sulla natura, dalle emissioni di CO2 al bisogno idrico. I bacini montani di raccolta dell'acqua presto non serviranno solo per piste, turismo e protezione civile: saranno indispensabili per agricoltura, rifugi e alpeggi, per alimentare le falde e per l'uso potabile, rispetto al quale sono già in corso test promettenti". Da una parte gli appelli a "riprogettare drasticamente la montagna per salvarla, scongiurando desertificazione e nuovi esodi di massa". Dall'altra l'esortazione al "realismo" e alla "fiducia nel progresso", che "come sempre permette un'evoluzione industriale" evitando "pericolose e impraticabili regressioni". Una sola certezza: sci e quote alte sono a un bivio cruciale. Non sbagliare strada non è più un auspicio: sulle Alpi è già la condizione per conservare la specie umana.