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La terza vita di Roberto Cingolani: lo scienziato-manager prestato alla politica sale al vertice di Leonardo

(ansa)
Fortemente voluto da Giorgia Meloni, che lo aveva corteggiato anche come ministro, l'ex capo dell'Istituto Italiano di Tecnologia scala l'azienda dove era approdato nel 2019 come chief techology officer. Una carriera sempre a metà tra studio e organizzazione. Fino allo sbarco nel governo, chiamato da Draghi per seguire il dossier delicato della transizione ecologica
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Scienziato, poi scienziato-manager, ora, dopo un passaggio da ministro della Repubblica, solo e definitivamente manager. Con la sua indicazione ad amministratore delegato di Leonardo, la carriera di Roberto Cingolani subisce l’ennesima svolta. La traiettoria che ha portato l’ex docente di fisica dell’Università di Lecce ai vertici di una delle più importanti aziende partecipate, appare piena di tornanti e di salite ardite. Mai una discesa però, perché l’obiettivo è sempre stato fare un passo in più verso la vetta.

Persino il ruolo di ministro a un certo punto è stato stretto a Cingolani. Nella precedente legislatura, complice il profilo da scienziato prestato alla politica, era entrato nell’inner circle di Mario Draghi, che non a caso gli aveva affidato uno dei dossier più importanti di quell’esperienza di governo nata nel segno del Pnrr: la transizione ecologica. Eppure dopo due anni trascors…

Scienziato, poi scienziato-manager, ora, dopo un passaggio da ministro della Repubblica, solo e definitivamente manager. Con la sua indicazione ad amministratore delegato di Leonardo, la carriera di Roberto Cingolani subisce l’ennesima svolta. La traiettoria che ha portato l’ex docente di fisica dell’Università di Lecce ai vertici di una delle più importanti aziende partecipate, appare piena di tornanti e di salite ardite. Mai una discesa però, perché l’obiettivo è sempre stato fare un passo in più verso la vetta.

Persino il ruolo di ministro a un certo punto è stato stretto a Cingolani. Nella precedente legislatura, complice il profilo da scienziato prestato alla politica, era entrato nell’inner circle di Mario Draghi, che non a caso gli aveva affidato uno dei dossier più importanti di quell’esperienza di governo nata nel segno del Pnrr: la transizione ecologica. Eppure dopo due anni trascorsi tra Palazzo Chigi, il ministero di via Cristoforo Colombo e i vertici internazionali sul clima, il fisico, nato a Milano 61 anni fa, era apparso stanco. Tanto da aver resistito, dopo le elezioni, alle lusinghe della vincitrice Giorgia Meloni che lo avrebbe voluto riconfermare nel ruolo nella sua squadra di governo. Cingolani aveva declinato, mettendosi però a disposizione per aiutare il suo successore Gilberto Pichetto Fratin con un consulenza gratuita sui temi energetici.

Ma un ex ministro (che non passa inosservato e che spesso parla fuori dai denti) era  davvero troppo ingombrante come consigliere di un ministro in carica nuovo della materia. E così la collaborazione tra Cingolani e Pichetto Fratin ha avuto vita breve: un primo vertice europeo con qualche incomprensione, tanto è bastato per prendere strade diverse.

Cingolani è rimasto in panchina. Sicuro che la stima dimostratagli prima da Draghi poi dalla Meloni, avrebbe dato i suoi frutti. Ed eccolo il frutto: quella Leonardo dove era approdato come chief technology officier nel 2019 dopo aver lasciato la direzione della sua creatura prediletta: l’Istituto italiano di tecnologia a Genova.

La carriera di scienziato-organizzatore di Cingolani inizia vent'anni fa, quando a Lecce, Cingolani fonda e dirige il Laboratorio nazionale di nanotecnologie. Nel 2005 viene appunto chiamato a guidare il neonato Istituto italiano di tecnologia. Un incarico che durerà 14 anni, durante i quali Cingolani rivendicherà i successi di un centro di ricerca che spazia dalla robotica alle neuroscienze, a cominciare dalla capacità dell'Iit di attirare nel capoluogo ligure scienziati stranieri, una eccezione nel panorama accademico italiano.

Il ruolo gli attira però non poche critiche: l'Iit, pur essendo un istituto statale, viene costituito come una fondazione di diritto privato, per poter operare attraverso una struttura simile a quella di una azienda. E dai critici il suo budget di 100 milioni l'anno è considerato sproporzionato, vista la carenza di risorse economiche che caratterizza la maggior parte della ricerca italiana.

Cingolani finisce al centro di una nuova polemica nel 2016, quando l'allora premier Matteo Renzi gli affida il progetto di trasformare la sede dell'Expo di Milano in una cittadella della scienza. Il direttore dell'Iit tira fuori dal cilindro l'idea dello Human Technopole, un centro specializzato nella medicina del futuro, fatta di supercomputer e laboratori di genomica. L'idea piace e sette anni dopo sta effettivamente prendendo forma, ma viene contestato il metodo: perché affidare a un singolo individuo un progetto del genere anziché consultare la comunità accademica che si occupa di quegli argomenti? Cingolani ha sempre replicato spiegando di considerarsi un civil servant che vuole essere giudicato dai risultati: la politica lo chiama per affidargli un progetto, lui lo porta a termine nel miglior modo possibile e poi torna a fare lo scienziato.

Va così anche nel febbraio 2021 quando Mario Draghi lo inserisce nella sua squadra di governo. C'è da scrivere il Piano nazionale di ripresa e resilienza e soprattutto il capitolo più robusto, quello relativo alla transizione ecologica. Cingolani, una volta insediato al Mite, parte da ciò che ha lasciato in eredità il governo Conte, avvertendo però in ogni intervista: "Fare il ministro non è il mio lavoro. Sono stato chiamato per scrivere il Pnrr. Appena finito, lascio".

Nel frattempo però il suo peso nell'esecutivo cresce, soprattutto perché al suo dicastero viene affidata la competenza sull'energia, prima appannaggio dello Sviluppo economico. Da lì la battaglia per snellire le procedure relative ai nuovi impianti eolici e fotovoltaici: in uno dei primi Consigli dei ministri Cingolani dice che in realtà servirebbe una transizione burocratica, per poi procedere con quella ecologica. Una schiettezza da fisico prestato alla politica che gli attira ulteriori critiche, come quando sembra concedere una riapertura di credito al nucleare ("I referendum si rispettano, ma da scienziato dico che la ricerca andrebbe fatta"). In tempi più recenti, c'è chi lo accusa di puntare ancora troppo sui combustibili fossili (gas e carbone) per rendere l'Italia energicamente indipendente dalla Russia. "Ma siamo in emergenza", ripete l’allora ministro. "L'importante è superarla rispettando l'impegno preso con l'Europa: tagliare il 55% delle nostre emissioni di CO2 entro il 2030”.

Ora quella partita la sta giocando il suo successore. Lui, Cingolani, aveva già lasciato intendere che della politica non ne poteva più, che mordeva il freno per tornare a fare lo scienziato-manager. Forse soprattutto il manager. Ora è stato accontentato.