✕

La lezione della Spagna così si batte la precarietà può funzionare in Italia

Quello che l’Italia avrebbe da imparare dalla legge di Yolanda Díaz che promuove (con risultati brillanti) la stabilità del lavoro
3 minuti di lettura

A quindici mesi dalla riforma del lavoro, inserita nel Pnrr, la Spagna esulta. Gli obiettivi sono stati raggiunti: la diffusa precarietà si è ridotta, meno contrattini, più stabilità, mai così tanti occupati. La ministra autrice della riforma, Yolanda Díaz, è stata accolta un mese fa al congresso di Rimini della Cgil come una star. Lì ha incontrato per la prima volta la neo leader del Pd Elly Schlein che a lei si ispira sui temi legati all'occupazione. "Lavoro e povero non devono stare più nella stessa frase", è il suo manifesto politico. Ma quanto accaduto in Spagna potrebbe ripetersi in Italia? Il lavoro mal pagato, frammentato, non garantito può essere debellato? Cosa serve perché accada? Domande che il governo Meloni non sembra porsi. Anzi la direzione intrapresa appare un'altra: reintroduzione dei voucher e contratti a tempo senza causale liberalizzati.

I risultati della Spagna

…

A quindici mesi dalla riforma del lavoro, inserita nel Pnrr, la Spagna esulta. Gli obiettivi sono stati raggiunti: la diffusa precarietà si è ridotta, meno contrattini, più stabilità, mai così tanti occupati. La ministra autrice della riforma, Yolanda Díaz, è stata accolta un mese fa al congresso di Rimini della Cgil come una star. Lì ha incontrato per la prima volta la neo leader del Pd Elly Schlein che a lei si ispira sui temi legati all'occupazione. "Lavoro e povero non devono stare più nella stessa frase", è il suo manifesto politico. Ma quanto accaduto in Spagna potrebbe ripetersi in Italia? Il lavoro mal pagato, frammentato, non garantito può essere debellato? Cosa serve perché accada? Domande che il governo Meloni non sembra porsi. Anzi la direzione intrapresa appare un'altra: reintroduzione dei voucher e contratti a tempo senza causale liberalizzati.

I risultati della Spagna

Gli ultimi dati ufficiali, diffusi il 4 aprile dal ministero del Lavoro, dicono che la Spagna nel mese di marzo ha toccato il numero storico di occupati: 20,5 milioni. In Italia siamo a 23,3 milioni, anche noi al top. Ma il tasso di occupazione ci condanna: 60,8%, quattro punti sotto quello spagnolo e tra i più bassi in Europa. Il differenziale peggiora per donne - 52% di occupate italiane contro quasi il 60% delle spagnole - e giovani tra 25 e 29 anni: da noi il 61% lavora contro il 70% dei coetanei iberici. Ma la riforma della Díaz, firmata da sindacati e imprese, ha soprattutto ridato centralità al contratto stabile. A marzo la percentuale degli occupati a termine si è ridotta al minimo storico del 14% dal 30%. Per gli under 30 dal 53 al 21%. Tre giovani su quattro hanno un contratto a tempo indeterminato (77%), rispetto a uno su due di prima (47% nella media 2017-2021). I mini jobs, contratti da meno di 7 giorni, si sono sgonfiati dal 76 al 28%.

Le critiche

Rispetto a dicembre 2021, ultimo mese prima della riforma, oggi ci sono 2,6 milioni di lavoratori in più con un contratto a tempo indeterminato. Più della metà di quanti tra gennaio e marzo 2022 avevano un contratto a tempo (4.055.141) ora ne hanno uno stabile (2.094.726). Di questi, otto su dieci sono contratti fissi (1.689.196), e solo il 20% sono fissi-discontinui (405.530). Inoltre, il 40% di coloro che ora sono stabili hanno cambiato azienda. Il contratto fisso-discontinuo - il nostro part-time verticale ciclico - viene usato polemicamente per attaccare la riforma, sia in Spagna che in Italia. I critici dicono che maschera la precarietà, perché chi è assunto lavora solo parte dell'anno o del mese. "Una critica poco fondata, sia perché si tratta di un contratto a tempo indeterminato, sia perché i buchi temporali di non lavoro sono coperti dai sussidi di disoccupazione pagati anche dalle imprese", dice Pietro Galeone, economista del lavoro e ricercatore alla Bocconi. "Basta poi guardare ai numeri: è vero che i fissi-discontinui sono aumentati in un anno da 373 a 594 mila, dato di dicembre 2022, ma parliamo del 3,4% appena degli occupati totali, utilizzati per una reale esigenza di stagionalità, per la flessibilità buona". La riforma spagnola ha quattro pilastri: lo stop ai contratti a termine se non per picchi di produzioni e sostituzioni, il primato della contrattazione nazionale, il potenziamento e l'estensione degli ammortizzatori sociali, le garanzie contrattuali estese anche ai subappalti.

Cosa può accadere in Italia

"Almeno due pilastri su quattro in Italia sono stati di recente rafforzati: ammortizzatori e subappalti", dice ancora Pietro Galeone, che è stato consigliere del ministro Andrea Orlando nel governo Draghi. "Resta ancora da fare molto per potenziare la contrattazione nazionale, disboscare i contratti pirata e superare la precarietà del mercato del lavoro, consapevoli che l'Italia non è la Spagna, non si può fare il copia e incolla. E vanno gestite tante forme contrattuali: internali, somministrazioni, voucher, libretti famiglia".
Anche Antonio Aloisi, docente di diritto del lavoro alla IE University di Madrid, crede che le critiche alla riforma Díaz siano strumentali in un periodo elettorale in Spagna: si vota a maggio per le locali e a fine anno per le politiche. "Non è certo la bacchetta magica che risolve tutto, ma di sicuro questa riforma è servita per ridurre la frammentazione e bonificare la precarietà nociva. Quanto all'Italia potrebbe servire a disboscare la miriade di tipologie contrattuali dove si annidano le alchimie usate dalle aziende per pagare poco e garantire meno diritti". Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio (Cgil), è più scettico. Ritiene che il mercato del lavoro italiano abbia peculiarità da non sottovalutare. "Abbiamo gli stessi occupati in valore assoluto del 2008, ma 700 mila precari e un milione di part-time involontari in più: qualcosa dovrà pur significare. La riforma spagnola è senz'altro un utile modello di riferimento. Ma da noi il problema è il modello produttivo, basato sulla competizione di costo. Negli anni si è creato un enorme bacino di manodopera a basso costo, tra dipendenti e finti autonomi sfruttati, da cui le imprese - soprattutto medie e piccole di cui deteniamo il record europeo - attingono". Complicato cambiare modello con un riforma. Ma se ne può parlare.