Giovanna Melandri, “Investimenti legati alla performance al Pnrr serve subito un cambio di passo”
di Filippo Santelli , di Filippo Santelli"Il Pnrr è il nostro cigno bianco, l'occasione storica e irripetibile per portare in Italia un nuovo metodo per erogare le risorse pubbliche, legandole a impatti verificabili e misurabili: non la possiamo sprecare". Nonostante i ritardi, le difficoltà a spendere i fondi, l'ipotesi di tagliare risorse e progetti, un governo che pare sempre più avvitato su se stesso, Giovanna Melandri è convinta che per il Pnrr italiano non sia troppo tardi. Economista e politica, più volte ministro, Melandri oggi presiede la no profit Human Foundation e il capitolo tricolore di Sia, organizzazioni che promuovono l'impact investing, cioè investimenti sostenibili che puntano a un impatto sociale e ambientale quantificabile. Una logica che, dice, potrebbe correggere in corsa anche il Recovery: "Il governo sta commissariando il Piano, e questo può anche andare a bene, a patto che garantisca assoluta trasparenza sui dati e che si ap…
"Il Pnrr è il nostro cigno bianco, l'occasione storica e irripetibile per portare in Italia un nuovo metodo per erogare le risorse pubbliche, legandole a impatti verificabili e misurabili: non la possiamo sprecare". Nonostante i ritardi, le difficoltà a spendere i fondi, l'ipotesi di tagliare risorse e progetti, un governo che pare sempre più avvitato su se stesso, Giovanna Melandri è convinta che per il Pnrr italiano non sia troppo tardi. Economista e politica, più volte ministro, Melandri oggi presiede la no profit Human Foundation e il capitolo tricolore di Sia, organizzazioni che promuovono l'impact investing, cioè investimenti sostenibili che puntano a un impatto sociale e ambientale quantificabile. Una logica che, dice, potrebbe correggere in corsa anche il Recovery: "Il governo sta commissariando il Piano, e questo può anche andare a bene, a patto che garantisca assoluta trasparenza sui dati e che si appoggi alla rete di soggetti in grado di valutare l'impatto dei progetti".
Sul Pnrr la ragione invita al pessimismo. Il suo è ottimismo della volontà?
"Parlerei prima di tutto di responsabilità. Perché il Next Generation Eu - non dimentichiamo mai che si chiama così - è il grande progetto di rilancio per l'Europa del futuro, il suo momento hamiltoniano (di federazione attraverso la creazione di un debito comune, ndr). Noi italiani, in quanto destinatari di circa un quarto dei fondi, portiamo un quarto della responsabilità. E proprio per noi può essere una rivoluzione copernicana".
In che senso?
"Per il metodo, disegnato dall'Europa, nell'erogare le risorse pubbliche, che va oltre la logica della spesa in quanto tale, le famose "buche" di Keynes. Il Pnrr lega le risorse alla perfomance, a risultati e obiettivi misurabili in termini di impatto sulla vita delle persone. Introiettare questa logica per l'Italia sarebbe il più grande esercizio di apprendimento, perché finora la nostra grande malattia è stata definire la spesa in base agli "input", alle risorse impiegate, e non agli "outcome", ai risultati, ai semi e non agli alberi. Per poi magari tagliarla in modo lineare, come fa anche il governo con questo Def".
Gli alberi, appunto: si è scoperto che quelli che dovevamo piantare con il Pnrr in realtà sono semi in un vivaio, una bella metafora di cosa non sta funzionando. Ha davvero torto chi dice che i progetti e i fondi che abbiamo chiesto sono troppi?
"Non so se sono troppi, ma ora ci sono, e sono l'opportunità per ricostruire un tessuto economico lacerato, con il 40% delle risorse destinate al Sud, oltre che di evitare un atterraggio brusco dell'economia. ora che il Patto di stabilità tornerà in vigore. Per questo non si possono sprecare: li dobbiamo spendere come l'Europa chiede di fare. Sento molti nella maggioranza dire con troppa fretta "riduciamo", "restituiamo", "non riusciamo". Non esiste, serve un cambio di passo. Anche nell'opposizione, che deve con responsabilità mettersi a disposizione".
L'opposizione fa l'opposizione, ma il governo, che a giorni alterni dà la colpa a chi lo ha preceduto, le pare responsabile? Ormai è in carica da ottobre, ha perso mesi per ridisegnare la governance del Piano e ancora non è pronta la revisione da proporre all'Europa.
"Certo che il governo non deve scaricare la responsabilità. Ma ora la premier Meloni e il ministro Fitto stanno accentrando, di fatto stanno commissariando il Pnrr. Non sono contraria, a patto che poi il governo si faccia aiutare da chi, fuori, è abituato da anni a fare le valutazioni di impatto: università, istituti di ricerca, reti come la nostra. Abbiamo bisogno di fare un censimento dei 50 progetti più importanti del Pnrr per capirne gli impatti sociali e generativi".
Non è tardi per questa valutazione? Abbiamo speso la metà di quanto previsto, siamo in enorme ritardo...
"L'affanno lo sento anche io, la spinta del Pnrr sulla crescita ancora non si vede. Possiamo dire che siamo sul ciglio del burrone, ma non voglio iscrivermi al partito di chi pensa che l'unica soluzione sia ridimensionare e restituire parte delle risorse. È ancora possibile una correzione di metodo in corsa. La valutazione di impatto è un cruscotto di gestione che serve proprio a questo, e va applicata il più possibile, dalle grandi infrastrutture agli asili nidi. Non serve costruire tanti asili al Sud, se poi non ci sono le risorse per farli funzionare. Allora meglio qualcuno di meno, ma usare gli altri fondi per formare educatori".
Fin dall'inizio i dati del Pnrr sono un grande buco nero. Come si valutano gli impatti senza numeri?
"Sui dati deve splendere il sole, è una condizione fondamentale".
Una delle ipotesi è affidare una quota maggiore dei fondi alle grandi imprese di Stato, che sanno come spendere. La convince?
"È una strada, ma non basta. Non basta la logica classica per cui lo Stato appalta e l'appaltatore esegue. Dobbiamo creare una triangolazione tra pubblico, imprese private e imprese sociali, uno schema che all'estero è normale ma in Italia ancora non decolla".
A proposito di appalti, il presidente dell'Anac Busia ha criticato il nuovo Codice, dicendo che fare in fretta - il mantra del ministro Salvini - rischia di penalizzare legalità, concorrenza e qualità, di farci fare male. Che ne pensa?
"Un po' di velocizzazione era necessaria. Posso comprendere l'esigenza di semplificare i meccanismi di appalto, ma a maggior ragione questo impone di prevedere degli strumenti per verificare con maggiore precisione i risultati e gli impatti, se non a monte almeno a valle. Da questo passa l'autoriforma, direi culturale, nel modo in cui in Italia spendiamo le risorse pubbliche".