Petroliere "amiche", manovre in mezzo agli oceani e affari con India e Cina: ecco come le vendite di gas e petrolio russo sono tornate ai massimi
di Luca Pagni , di Luca PagniROMA - Nonostante le sanzioni, l'embargo e l'interruzione dei rapporti commerciali con l'occidente, le esportazioni russe di idrocarburi sono in forte crescita e continuano a sostenere le spese per la guerra in Ucraina. In particolare, le vendite di petrolio sono ai massimi dall'aprile del 2020, tornate così ai livelli precedenti al conflitto in Ucraina. Per quanto riguarda il gas naturale, invece, il crollo delle esportazioni attraverso i "tubi" è stata in parte compensate dalle spedizioni di Gnl, il gas naturale liquefatto trasportato via nave: le esportazioni verso l'Europa sono salite come mai in precedenza e ora Mosca è il secondo fornitore della Ue, subito dopo le compagnie statunitensi.
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ROMA - Nonostante le sanzioni, l'embargo e l'interruzione dei rapporti commerciali con l'occidente, le esportazioni russe di idrocarburi sono in forte crescita e continuano a sostenere le spese per la guerra in Ucraina. In particolare, le vendite di petrolio sono ai massimi dall'aprile del 2020, tornate così ai livelli precedenti al conflitto in Ucraina. Per quanto riguarda il gas naturale, invece, il crollo delle esportazioni attraverso i "tubi" è stata in parte compensate dalle spedizioni di Gnl, il gas naturale liquefatto trasportato via nave: le esportazioni verso l'Europa sono salite come mai in precedenza e ora Mosca è il secondo fornitore della Ue, subito dopo le compagnie statunitensi.
Il dato sulle vendite di petrolio è stato messo in evidenza nei giorni scorsi dall'Agenzia internazionale dell'energia. Lo scrive nel suo rapporto mensile: "Le spedizioni totali di petrolio sono aumentate di 600mila milioni di barili/giorno" rispetto al mese precedente arrivando 8,1 milioni di barili al giorno. L'Aie ricorda quanto valga per le casse del Cremlino tutto ciò: "I ricavi stimati delle esportazioni di petrolio sono rimbalzati di 1 miliardo a 12,7 miliardi di dollari, ma sono stati inferiori del 43% rispetto a un anno fa".
Il calo è dovuto a due fattori. Da una parte abbiamo il calo dei prezzi del greggio sui mercato finanziari a partire dai massimi raggiunti nel giugno scorso, quando l'indice Wti americano aveva anche superato i 105 dollari al barile, dall'altra le difficoltà con l'embargo decretato dalle economie occidentali al greggio e ai prodotti raffinati russi. In pratica, i russi hanno dovuto cercare mercati alternativi e per farlo in tempi brevi hanno dovuto praticare sconti anche consistenti. E li hanno trovati soprattutto in Asia, a partire da Cina e India.
In altri termini, il Cremlino ha dovuto sacrificare una parte dei ricavi per mantenere la quota di mercato petrolifera: ricordiamo sempre che l'economia russa - priva di grandi industrie - si basa quasi esclusivamente sull'esportazioni di materie prime (anche carbone, rame, oro, diamanti e argento ma anche cobalto e litio).
Ma sul petrolio deve vedersela non solo con l'embargo ma anche con un tetto al prezzo del greggio a 60 dollari al barile che vale a livello globale: non è un obbligo, ma una pressione politica a cui la Russia ha risposto sia diminuendo la sua produzione (500mila barili al giorno, finora raggiunta solo per metà) e dando il via a una serie di manovre per aggirare l'embargo: dall'acquisto di petroliere con bandiere di comodo che raggiungono i porti occidentali, al trasbordo del greggio in mezzo agli oceani.
La scorsa settimana, il governo ha dichiarato che il calo delle entrate energetiche ha contribuito a un deficit di bilancio di 2,4 trilioni di rubli (29 miliardi di dollari) nei primi tre mesi di quest'anno. Le sue entrate complessive sono scese di quasi il 21% rispetto allo stesso periodo del 2022, secondo i numeri riferiti dalla Reuters. Ma ora potrà recuperare dopo la decisione dell'Opec+ che ha deciso di diminuire la produzione di greggio e che ha riportato i prezzi sopra gli 80 dollari.
Lo stesso vale per il gas naturale, sebbene siano diverse le dinamiche commerciali e in questo caso non è stato dichiarato l'embargo, ma solo un tetto al prezzo di acquisto da parte dei Paesi ue che finora non è mai scattato, visto il calo dei prezzi sui mercati a partire dall'agosto scorso.
In questo caso, a crescere sono le spedizioni di Gnl verso l'Europa (anche perché dei tre gasdotti principali ne è attivo solo uno, per la cronaca quello che arriva in Italia, al Tarvisio. Sempre secondo i report dell'Agenzia internazionale dell'energia, nel 2022 sono arrivati nella Ue 20 miliardi di metri cubi di gas via nave, con un aumento del 30% rispetto all'anno precedente e 7,2 miliardi solo nei primi tre mesi del 2023.
Bruxelles ora chiede di intensificare le importazioni da fornitori che non siano la Russia: non a caso nei giorni scorsi l'Olanda ha annunciato che sta progettando lo stop definitivo di acquisti di Gnl da Mosca, così come aveva fatto poche settimane fa anche l'Olanda.