Da Mustier a Orcel le discese ardite e le risalite di Unicredit
di Giovanni Pons , di Giovanni PonsDifficile comprendere sino in fondo la parabola di Unicredit degli ultimi sette anni. A metà 2016 si insedia un amministratore delegato francese, Jean Pierre Mustier, che vara un aumento di capitale monstre da 13 miliardi di euro e nel giro di due anni vende tutti i gioielli del gruppo faticosamente accumulati dai suoi predecessori, per un incasso complessivo di oltre 20 miliardi. Poi, quando il gruppo è ridotto ai minimi termini, arriva un nuovo Ceo italiano, di formazione anglosassone, Andrea Orcel, che rimette in sesto il gruppo dal punto di vista gestionale e redistribuisce agli azionisti sotto forma di dividendi e buyback gran parte della cassa accumulata. Da una logica di liquidazione, in pochi anni si è passati a un ritorno alla redditività che genera capitale riaprendo le prospettive di crescita futura. Certo, quei gioielli non ci sono più, quindi gli utili di oggi hanno meno qualità, e quindi il titolo in Borsa cresce ma non allo stes…
Difficile comprendere sino in fondo la parabola di Unicredit degli ultimi sette anni. A metà 2016 si insedia un amministratore delegato francese, Jean Pierre Mustier, che vara un aumento di capitale monstre da 13 miliardi di euro e nel giro di due anni vende tutti i gioielli del gruppo faticosamente accumulati dai suoi predecessori, per un incasso complessivo di oltre 20 miliardi. Poi, quando il gruppo è ridotto ai minimi termini, arriva un nuovo Ceo italiano, di formazione anglosassone, Andrea Orcel, che rimette in sesto il gruppo dal punto di vista gestionale e redistribuisce agli azionisti sotto forma di dividendi e buyback gran parte della cassa accumulata. Da una logica di liquidazione, in pochi anni si è passati a un ritorno alla redditività che genera capitale riaprendo le prospettive di crescita futura. Certo, quei gioielli non ci sono più, quindi gli utili di oggi hanno meno qualità, e quindi il titolo in Borsa cresce ma non allo stesso passo della crescita degli utili, quindi il rapporto price-earning, molto guardato dagli analisti, scende. Insomma, oggi viene da chiedersi, ex post, se la fase di liquidazione sia stata effettivamente necessaria, soprattutto in quella dimensione. Era necessario vendere Pioneer, Bank Pekao, Fineco, Mediobanca, svendere 17 miliardi di crediti in sofferenza, far uscire 10 mila dipendenti relegando Unicredit a Italia, Germania e Austria? Oppure c’è stata una totale mancanza di visione da parte di Mustier o, peggio ancora, tutto ciò faceva parte di un disegno per servire Unicredit sulla tavola di un grande gruppo bancario internazionale?
La furia distruttrice di Mustier
La domanda è d’obbligo vedendo cosa sta succedendo oggi. Una risposta definitiva ovviamente non c’è, la narrativa del 2016 era quella di salvare il salvabile in Unicredit dopo diverse sbandate, tra cui un aumento di capitale da 1 miliardo nella Popolare di Vicenza sull’orlo del fallimento. Ma, se si mettono in fila le operazioni di Mustier in cinque anni, veramente c’è da domandarsi se non sia stato colto da una furia distruttrice. Appena dopo l’insediamento a giugno 2016 Mustier fa trapelare la necessità di un piano lacrime e sangue fatto di cessioni e aumento di capitale che fin da subito si capisce sarà nell’intorno dei 10 miliardi. Alla fine sarà di 13, e sarà lanciato nel gennaio 2017, ma già a dicembre l’indiavolato banchiere vende una delle attività più preziose della banca, Pioneer, cassaforte del risparmio gestito italiano, incluse le fabbriche prodotto, molto profittevole in termini di commissioni, in un periodo, quello dei tassi a zero, in cui queste sono considerate l’unica stampella che tiene in piedi il conto economico a fronte di un margine di interesse ridotto al lumicino. E Mustier a chi vende Pioneer? Ai francesi di Amundi, controllati dal Crédit Agricole, banca popolare che da anni è calata in Italia comprando pezzi pregiati del credito nelle aree più ricche del Paese, da Cariparma al Credito Valtellinese. Il prezzo messo sul piatto, 3,5 miliardi, è attraente, e suona incredibile che né Poste né Cdp siano riusciti a pareggiare quell’offerta, per un asset sicuramente strategico per il Paese e che avrebbe prodotto il suo ritorno nel tempo, come sta facendo in pancia ai francesi.
Solo una settimana prima, sempre a dicembre 2016, Mustier aveva venduto un’altra pepita, Bank Pekao, la prima banca polacca in un Paese dall’economia in forte crescita, che faceva gola a un gruppo di azionisti sollecitati dall’amministratore delegato di allora, Luigi Lovaglio, ma che le autorità polacche non hanno voluto far acquistare da stranieri. Società sostenute dallo Stato si sono ricomprate Pekao pagando 2,4 miliardi per il 32,4%, valore che corrisponde a 1,42 volte il patrimonio netto, segno che la banca era un vero gioiello e molto ben gestita. L’ultimo 7,3% viene piazzato da Mustier sul mercato al grido di “Unicredit ha bisogno di capitale”.
Di lì a poco, a fine gennaio 2017, il mercato si berrà un aumento di capitale da 13 miliardi. Siamo già a 19 miliardi di incassi ma secondo Mustier non basta, la banca è ancora in pericolo. Nei due anni successivi Unicredit vende in più tranche, incassando poco più di 2 miliardi, l’intera partecipazione in Fineco, la banca online più importante e redditizia d’Italia che Unicredit aveva con lungimiranza finanziato fin dai suoi esordi nei primi Duemila. Nel frattempo vengono dismessi 17 miliardi di crediti in sofferenza (Npl) a circa 18 centesimi, il prezzo più basso mai toccato, riducendo così le necessità di capitale. La ciliegina sulla torta è rappresentata dalla vendita sul mercato del 9% di Mediobanca, quota posseduta fin dalla nascita della banca di Enrico Cuccia. Una vendita che ha contribuito a destabilizzare l’azionariato della prima banca d’affari italiana, centro nevralgico di partecipazioni strategiche come le Assicurazioni Generali. Sotto la scure di Mustier sono poi caduti anche 10 mila dipendenti, estromessi da Unicredit con vari tipi di incentivi.
Il cambio con Orcel
La banca è spolpata, ma salva. Cosa fa Orcel quando arriva? Il valore del titolo è basso, 0,4 sul patrimonio netto, dunque non è pensabile fare acquisizioni utilizzando la propria carta. Quindi si concentra sulla gestione, riorganizza la squadra, assegna responsabilità dirette e nell’arco di due anni i risultati si vedono. Rispetto al triennio 2017-2019 i ricavi salgono del 17%, i costi scendono dell’8%, gli asset rischiosi del 10% e l’utile netto sale dell’85%. La gestione torna a generare capitale, anche al netto della ristrutturazione delle attività in Russia, e dunque Unicredit si trova con un eccesso di capitale, almeno cinque miliardi (ma anche di più) da redistribuire ai soci sotto forma di dividendi o riacquisti del titolo in Borsa: 3,8 miliardi nel ‘22 sul bilancio ‘21 e 5,25 miliardi nel ‘23 sul bilancio ‘22.
Una politica che fa risalire le quotazioni del titolo e che mette le basi per future acquisizioni. Ma ricomprare azioni Unicredit vuol dire puntare sulle attività italiane della banca, molto concentrate al Centro-Sud (ex Banca di Roma e Banco di Sicilia) dove i tassi di crescita del Pil sono più bassi, rispetto al Nord dove la banca è molto poco esposta. Unicredit dovrebbe integrarsi con Banco Bpm, molto presente in Lombardia e Veneto, ma guarda caso il Crédit Agricole vuole sbarrargli la strada. Addirittura Orcel si è accorto che nel risparmio gestito non paga essere solo distributori, bisogna avere le fabbriche prodotto e a questo riguardo ha fatto un accordo con Azimut e rinnovato quello con Allianz. Una conferma che la vendita di Pioneer è stato un grave errore strategico. Sicuramente sono stati sette anni vissuti pericolosamente.